Bolzano. Mirco* ha 20 anni e sta aspettando di poter entrare in una casa d’accoglienza. Gli ultimi quattro anni della sua vita li ha passati nella sua cameretta, l’unico rifugio da un mondo in cui si sentiva inadeguato e le cui pressioni lo hanno portato a non voler più uscire di casa, se non raramente.

Rinchiuso tra le mura domestiche come tutta Italia durante i due lockdown causati dall’epidemia Covid, quello primaverile e quello di novembre. Certo, nel primo caso Mirco ha scelto consapevolmente di sottrarsi ad un ambiente ostile come il mondo esterno per sfuggire alle prove che la vita ti mette davanti tutti i giorni, ma per un po’, forse, anche lui si è sentito uguale agli altri.

Mirco è un hikikomori, uno di quei ragazzi che hanno deciso di emarginarsi dalla società. In Alto Adige si contano circa seicento casi, di cui più della metà a Bolzano. Lui è uno di questi. I motivi di questa riluttanza verso il mondo possono essere svariati: la sensibilità dell’individuo, la scuola, il bullismo, i problemi familiari e la continua difficoltà a sentirsi adatto in un ambiente in continua evoluzione, spesso troppo competitivo e giudicante.

La famiglia di Mirco, e sua madre Antonella, lo hanno capito troppo tardi. Le intere nottate passate a domandarsi cosa lo abbia indotto ad abbandonarsi in una stanza quattro metri per quattro non hanno mai portato risposta. Mirco è sempre stato un ragazzo educato e a modo, forse un po’ timido ed introverso, ma con passioni e interessi che qualsiasi giovane coltiva, come il calcio e il gruppo d’amici. Gli stessi amici che condivideva anche con il fratello, la persona che gli è sempre stata a fianco e con la quale ora non ha più un rapporto. “Pian piano ha cominciato ad isolarsi sempre di più. Il fratello usciva sempre, lui passava le giornate in camera davanti ai videogiochi o al computer”, racconta la madre. E in lui maturavano stati d’ansia, d’angoscia e di paura verso le sfide della vita, che lo dominavano. Una situazione che lo ha portato a chiudersi sempre di più in sé stesso fino a non uscire neanche per cenare con la propria famiglia ed escludendo a priori l’aiuto esterno. “Ho saputo tramite conoscenti che ogni tanto usciva di notte e incontrava persone di cui però a lui non interessava nulla. Lo faceva solo per poter dire di essere stato con qualcuno, ma quegli incontri non avevano un reale valore”, svela la madre.

Il giorno che si confonde con la notte, quando tutto tace e le persone sono più vulnerabili. Il momento adatto per non sentire il peso del mondo sulle proprie spalle e poter uscire allo scoperto. È lì che Mirco si sentiva più al sicuro. Una condizione di vita che lo ha portato a ‘saltare’ uno step di crescita fondamentale nella vita di qualsiasi adolescente: quello della maturazione sociale. “È come se avesse sempre sedici anni, purtroppo non è in grado di seguire le regole sociali. E per questo è stato escluso da alcuni progetti d’accoglienza che si erano presi carico del suo caso”, spiega la madre. E ora non resta che aspettare una nuova chiamata che possa ridare speranza.

Il fenomeno

Un fenomeno sociale, quello degli hikikomori (che significa letteralmente ‘stare in disparte’), nato in Giappone negli anni 80, e che porta le persone, nella gran parte dei casi giovani ed adolescenti, a ritrarsi nelle proprie camere, lontani dalla luce del sole. È un processo lento, progressivo, che trova spesso impreparati i genitori. Difficile capire che cosa stia succedendo davvero, dentro di loro. Difficile intervenire, perché forzarli porta all’effetto contrario. “Il fenomeno è ancora poco inquadrato sul nostro territorio – puntualizza Gabriele Baldo, psicologo, psicoterapeuta e coordinatore delle attività dell’associazione regionale Hikikomori alla quale la famiglia di Mirco si è rivolta -, e le cause che lo evocano sono riconducibili a più fattori. La pressione che la nostra società imprime sulle persone è avvertita in maniera differente tra i vari soggetti”. Basta poco quindi per indurre questi ragazzi a fare una scelta drastica: stare soli nella loro stanza, dove trovano conforto, evitando la società dove soffrono e dove si sentono di troppo. Un ritiro in cui il web gioca un ruolo chiave: “Contrariamente a quanto si può pensare non è una causa, bensì un mezzo d’appoggio ad una condizione già esistente per il ragazzo. È grazie al pc che loro riescono ad avere contatti sociali. Senza internet, probabilmente, l’isolamento sarebbe ancora più duro”, spiega Baldo.

L’associazione

Come in tutta Italia, anche in Trentino Alto-Adige opera l’associazione che cerca di aiutare ragazzi e genitori ad uscire da questa condizione. “Per noi è fondamentale la sensibilizzazione, cerchiamo di lavorare con le scuole per far conoscere meglio questo fenomeno e prevenirlo – racconta Alberto Malfatti, psicologo e referente sul suolo altoatesino -. A breve prenderà il via un progetto di ricerca per creare un gruppo di lavoro che elabori servizi concreti a supporto delle famiglie e con l’aiuto del Crais di Bolzano”.

Uscirne è possibile, ma è fondamentale la rapidità d’intervento e la rete che si viene a creare attorno al ragazzo.

*I nomi del ragazzo e della madre sono di fantasia