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BOLZANO. «Piacere, sono Sabina Guzzanti ... è permesso?». Quando lei arriva a casa di Lidia Menapace in piazza Mazzini, il salotto, due pareti di libri, è già pieno di giovani ospiti. Candidati e candidate di "Potere al popolo". Entra dal corridoio facendosi largo tra uno scaffale di Treccani e un altro di Encyclopedia Britannica e chiede: «Scusate, ma qui come vi chiamate? dico tra di voi... vi chiamate sempre compagni?».
«Beh - risponde la senatrice - direi compagne... Siamo in maggioranza qui e nel resto del mondo». Ecco, l'intervista è già iniziata. Il fonico della scrittrice, attrice, comica, imitatrice, blogger, regista ecc. gira facendo traballare la sua giraffa tra poltrone e tavolini, il tecnico di ripresa fa vorticare il video fissando i volti: Sabrina è impegnata in un film. Gira l'Italia per documentare una campagna elettorale mai così scombiccherata ma gira tra la gente di "Potere al popolo". Non è iscritta, precisa. «Anche se io sto comunque da sempre a sinistra». Tuttavia, e lo scrive anche sul suo sito, «mi è subito sembrata una formazione interessante...». Poi si accomoda in poltrona accanto a Lidia Menapace e inizia facendo un giro largo: «Ma tu che hai combinato prima di adesso? ». Il prima della Menapace è quasi una storia d'Italia: da consigliere (meglio dire subito "consigliera") in Comune a Roma ("che bello stare in Campidoglio"), a Bolzano, in municipio, al consiglio provinciale, assessora poi senatrice: «Ma Prodi durò mezza legislatura e io non ho preso un quattrino». Sempre contro. Come adesso che, accettando di condividere il destino di "Potere al popolo", tra tanti ex di Rifondazione comunista, si è messa alla sinistra della sinistra. Oltre, finisce la carta geografica. Ma tra poco, in vicolo Gumer, la campagna elettorale della lista prosegue con un convegno che si intitola «Donne e politica» e allora Sabina stringe: «E con il femminismo come va? ». «Beh, va che mi sembrano tutte intellettuali. Troppo lontane dal popolo». «Si va bene, ma le lotte, le conquiste?...». Per la senatrice ci sono poche storie: la vera lotta si fa con le parole. «Perché - insiste- se anche la grammatica italiana dice che nelle concordanze prevale il genere maschile, scusami, ma è da lì che tutto comincia. Le parole disegnano un mondo e le parole sono tutte monoteiste. Come questo Papa che fa finta di essere di sinistra e invece è un papa re, che appoggia Trump attaccando i medici abortisti...». Eccola, Lidia. Bisogna pensare 2, non 1. Sdoppiare il modo di pensare iniziando da come si parla. «Parole un poco boldriniane queste...», azzarda la Guzzanti. Che insiste: «Il mondo lo cambiamo se in aereo diciamo sempre passeggeri e passeggere, hostess e steward, alunni e alunne?». Ma la senatrice non molla. Ha afferrato la sua preda dialettica. Intorno le compagne annuiscono. «Potere al popolo si differenzia proprio per questo, per la sua intersezionalità» dice una candidata, Antonia Romano. Gianfranco Maffei, lì accanto, tace e sicuramente acconsente. Sabrina incalza: «Scusa, spiegati...». Insomma, la rivoluzione, che per Lidia Menapace va finalmente fatta, ma non violenta "se no il capitalismo prima di morire fa la guerra", deve iniziare dalle parole. Abbattendo le differenze di genere già all'asilo, nelle scuole. «Facendo uscire dal silenzio le bambine, guardando il corpo nudo di donne e uomini finalmente liberato dagli schemi», parlano tutte adesso le amiche e le compagne di lista. Ecco la battaglia prossima e non ventura. Sabina Guzzanti raccoglie la sua troupe. Il film va avanti: ieri a Venezia, oggi a Bolzano. E domani? «Val di Susa». A cercare il "popolo" della sinistra.
«Beh - risponde la senatrice - direi compagne... Siamo in maggioranza qui e nel resto del mondo». Ecco, l'intervista è già iniziata. Il fonico della scrittrice, attrice, comica, imitatrice, blogger, regista ecc. gira facendo traballare la sua giraffa tra poltrone e tavolini, il tecnico di ripresa fa vorticare il video fissando i volti: Sabrina è impegnata in un film. Gira l'Italia per documentare una campagna elettorale mai così scombiccherata ma gira tra la gente di "Potere al popolo". Non è iscritta, precisa. «Anche se io sto comunque da sempre a sinistra». Tuttavia, e lo scrive anche sul suo sito, «mi è subito sembrata una formazione interessante...». Poi si accomoda in poltrona accanto a Lidia Menapace e inizia facendo un giro largo: «Ma tu che hai combinato prima di adesso? ». Il prima della Menapace è quasi una storia d'Italia: da consigliere (meglio dire subito "consigliera") in Comune a Roma ("che bello stare in Campidoglio"), a Bolzano, in municipio, al consiglio provinciale, assessora poi senatrice: «Ma Prodi durò mezza legislatura e io non ho preso un quattrino». Sempre contro. Come adesso che, accettando di condividere il destino di "Potere al popolo", tra tanti ex di Rifondazione comunista, si è messa alla sinistra della sinistra. Oltre, finisce la carta geografica. Ma tra poco, in vicolo Gumer, la campagna elettorale della lista prosegue con un convegno che si intitola «Donne e politica» e allora Sabina stringe: «E con il femminismo come va? ». «Beh, va che mi sembrano tutte intellettuali. Troppo lontane dal popolo». «Si va bene, ma le lotte, le conquiste?...». Per la senatrice ci sono poche storie: la vera lotta si fa con le parole. «Perché - insiste- se anche la grammatica italiana dice che nelle concordanze prevale il genere maschile, scusami, ma è da lì che tutto comincia. Le parole disegnano un mondo e le parole sono tutte monoteiste. Come questo Papa che fa finta di essere di sinistra e invece è un papa re, che appoggia Trump attaccando i medici abortisti...». Eccola, Lidia. Bisogna pensare 2, non 1. Sdoppiare il modo di pensare iniziando da come si parla. «Parole un poco boldriniane queste...», azzarda la Guzzanti. Che insiste: «Il mondo lo cambiamo se in aereo diciamo sempre passeggeri e passeggere, hostess e steward, alunni e alunne?». Ma la senatrice non molla. Ha afferrato la sua preda dialettica. Intorno le compagne annuiscono. «Potere al popolo si differenzia proprio per questo, per la sua intersezionalità» dice una candidata, Antonia Romano. Gianfranco Maffei, lì accanto, tace e sicuramente acconsente. Sabrina incalza: «Scusa, spiegati...». Insomma, la rivoluzione, che per Lidia Menapace va finalmente fatta, ma non violenta "se no il capitalismo prima di morire fa la guerra", deve iniziare dalle parole. Abbattendo le differenze di genere già all'asilo, nelle scuole. «Facendo uscire dal silenzio le bambine, guardando il corpo nudo di donne e uomini finalmente liberato dagli schemi», parlano tutte adesso le amiche e le compagne di lista. Ecco la battaglia prossima e non ventura. Sabina Guzzanti raccoglie la sua troupe. Il film va avanti: ieri a Venezia, oggi a Bolzano. E domani? «Val di Susa». A cercare il "popolo" della sinistra.


