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BOLZANO. «Conosciamo le cinque attiviste italiane fermate nel villaggio di al-Bweib, a sud di Hebron. Ci siamo visti lunedì sera, alla vigilia del nostro arresto». A raccontarlo è Alberto Tartarotti, rientrato in Italia mercoledì sera insieme al figlio Manuel, dopo essere stato arrestato dalla polizia israeliana martedì 20 ottobre con l'accusa di terrorismo e successivamente espulso. Le cinque volontarie erano appena arrivate in Cisgiordania.
«Abbiamo fatto due chiacchiere, le abbiamo conosciute così. Martedì mattina dovevamo organizzare la distribuzione nei campi per la raccolta delle olive», spiega Tartarotti all'Ansa. Il bolzanino precisa il ruolo dei volontari internazionali: «Non andavamo a raccogliere olive per i palestinesi. La nostra presenza serve da scudo, a proteggerli dalle incursioni dei coloni». Padre e figlio si trovavano in Cisgiordania dal 18 ottobre per collaborare con Youth of Sumud, associazione insignita nel 2024 del premio Alex Langer.
L'arresto è avvenuto martedì mattina. Alberto e Manuel Tartarotti sono stati interrogati, sottoposti al rilevamento delle impronte digitali e al prelievo del Dna, rimanendo ammanettati fino alla notte. Dopo aver trascorso alcune ore in cella, sono stati rimpatriati il giorno successivo. Secondo la polizia israeliana, avrebbero partecipato a una raccolta delle olive non autorizzata, fuggendo in una zona destinata alle esercitazioni militari all'arrivo degli agenti. Per entrambi è stato disposto un divieto d'ingresso in Israele per dieci anni.
«Ovviamente non vogliono avere testimoni, per quello continuano ad arrestare ed espellere gli attivisti. Siamo persone scomode», sostiene Alberto Tartarotti. Il bolzanino invita a non abbassare l'attenzione sulla situazione in Cisgiordania: «Di quello che succede se ne parla gran poco e sta avvenendo la stessa cosa già successa a Gaza. Bisogna tenere l'attenzione alta».
(foto Ansa)


