BOLZANO. «Guadagnavo 2.800 lire al mese e con i primi stipendi ho comprato a rate una bicicletta. Mi sentivo la persona più felice del mondo, perché finalmente evitavo di fare quattro volte al giorno a piedi il tragitto tra via Udine (Don Bosco), dove abitavo, e l’Upim». Gemma Cressotti, 83 anni, è entrata nel magazzino di via della Posta il primo gennaio del ’46: «Avevo 15 anni, ma sembravo una bambina. Il gerente mi disse: “Dove ti metto?” Ho cominciato dal reparto giocattoli». Anche lei, come le colleghe che l’hanno preceduta, quando si è sposata nel ’54 ha dovuto presentare la lettera di dimissioni. Nel frattempo ha lavorato in macelleria, all’Upim l’hanno ripresa anni dopo per fare le sostituzioni, poi fissa a part-time. «Ho girato un po’ tutti i reparti - racconta - ma quello che mi è piaciuto di più è stato il banco dell’elettricità. Mi ricordo che vendevamo i primi ferri da stiro. Il filo si comprava a parte e io dovevo spiegare ai clienti come funzionava e come si attaccava alla presa della corrente elettrica».

All’Upim degli esordi c’erano più doveri che diritti - come per altro nel mondo del lavoro in genere a quei tempi - ciononostante c’erano anche dei gesti di umanità: «Io ero orfana di padre, in casa di soldi ne giravano pochi, all’Upim ci tenevano che fossimo vestite bene. Ero un po’ dimessa rispetto alle altre, per questo il gerente un giorno mi regalò un taglio di stoffa con cui mi ero fatta il cappotto e un paio di scarpe. Così anch’io potevo fare la mia figura».

Fiorenza Peloso invece in via della Posta è arrivata nel 1964 e ci è rimasta fino al 2000: cercavano commesse perché aprivano il negozio di via Vicenza. La presero subito.

Nell’album conserva ancora le foto di allora: c’è lei con la divisa azzurrina, calze e scarpe con un po’ di tacco impegnata alla cassa rossa con la manovella. Trucco leggero e taglio a caschetto secondo la moda del momento. «Ci tenevano molto alla bella presenza e per questo ci davano i buoni per andare da “Fernando” a farci i capelli». Poi c’è un altro scatto, fatto anni dopo, al reparto dischi.

«Mi piaceva tantissimo e mi sentivo un po’la disc jockey dell’Upim: toccava a me la scelta dei dischi. I clienti ascoltavano e compravano; le colleghe mi chiedevano di metter su quel determinato disco quando entrava il fidanzato: nel negozio c’era sempre musica e tanta vita»©RIPRODUZIONE RISERVATA