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BOLZANO. Da San Candido a Vipiteno, da Brunico a Bressanone: l’esercito dei provinciali - si parla di circa 37 mila persone perché ne fanno parte oltre ai provinciali in senso stretto, i comunali, i dipendenti dei comprensori, della scuola, della case di riposo, della sanità - dice no alla proposta di rinnovo del contratto fatta dalla Provincia. Alla bocciatura della periferia si è aggiunta quella di Bolzano, dove nella giornata di ieri sono state organizzate due assemblee. I rappresentanti sindacali di Cgil, Cisl, Uil, Asgb, in un’affollata sala di rappresentanza del Municipio, hanno illustrato la proposta di rinnovo del contratto, fermo dall’aprile 2010, che prevede un aumento di 20 euro lordi al mese quest’anno, altri 20 nel 2017 e altrettanti nel 2018, per un totale di 60 euro. Alle casse della Provincia l’aumento costerà circa 90 milioni l’anno.
La protesta. «I dipendenti - spiega Cristina Masera (Cgil) - ci chiedono di non firmare il contratto e di partire con la mobilitazione: ritengono - come per altro immaginavo - inaccettabile e poco dignitosa l’offerta. Del resto è lontana anni luce da quella che erano la nostra richiesta».
«Noi chiedevamo - spiega Gianluca Moggio (Gs) - un aumento di 80 euro al mese fissi più una percentuale per recuperare almeno la metà del potere d’acquisto perso: negli ultimi cinque anni è stato dell’11%».
In totale si arrivava a 120-130 euro lordi al mese in più in busta paga in due anni. A questo si aggiungeva la richiesta di una contrattazione a parte per eventuali variazioni a livello normativo.
«Ma la Provincia - dice Masera - partita iniziamente con un’offerta di aumento di 20 euro al mese, è disposta a pagare solo la metà della cifra chiesta dai sindacati e in tre anni. Inevitabile che il personale ci chieda di respingere al mittente l’offerta». Oggi sono previste assemblee sindacalisti a Merano, domani ad Egna e Bressanone, venerdì a Bolzano: l’esito ormai è scontato. Martedì i sindacati si incontreranno per fare il punto e decidere le prossime mosse.
Il presidente della Provincia Arno Kompatscher per il momento non si sbilancia: «Aspetto la comunicazione ufficiale dei sindacati sull’esito delle assemblee. Poi vedremo».
I privilegi. Certo 60 euro lordi diluiti in tre anni sono poca cosa, ma bisogna tener presente - si dice da più parti - la situazione generale e comunque che i dipendenti provinciali, a differenza di chi lavora nel privato, hanno la certezza del posto e quindi dello stipendio. Ciò significa possibilità di programmare spese importanti come per esempio di una casa.
I sindacati però contestano lo stereotipo del dipendente pubblico privilegiato: «Bisogna smetterla - dice Masera - con questo luogo comune. La verità è che oggi il trattamento economico nel pubblico è sempre più vicino, se non uguale, a quello del privato. Gli stipendi d’ingresso sono bassi e comunque il dipendente pubblico ha fatto un esame, ha superato una selezione per ottenere il posto».
Stipendi a parte, i dipendenti pubblici godono di agevolazioni e tutele speciali che spaziano dal part-time ai permessi, ai 21 mesi di congedo per maternità: tutte cose che la maggior parte dei dipendenti privati neppure si sogna. «Non sono privilegi - ribatte la sindacalista della Cgil - non sono cose che la Provincia ha concesso ai suoi dipedenti. Sono tutte conquiste ottenute nel corso degli anni, frutto della contrattazione. Si sono chieste determinate cose invece di soldi».


