CORTACCIA. Sono arrivati a centinaia, fra cui bambini e molti anziani, nello scorso fine settimana, nel bosco della frazione di Corona, attratti non da una comune festa campestre con musica e gastronomia, ma da uno splendido “ritorno al passato”. Su iniziativa dell’associazione degli artigiani di Cortaccia, guidata dall’idraulico Herbert Christoforetti, intraprendente e grande appassionato dei mestieri di una volta, è stata riattivata una calcara, un forno cioè per la cottura delle pietre calcaree per ricavare la calce, utilizzata un tempo come legante per la malta, nel settore dell’edilizia, ma anche dagli imbianchini e degli agricoltori come prodotto antiparassitario per le viti.

La calce quindi un tempo e fino agli anni Cinquanta, era un elemento indispensabile e prezioso. Le calcare quindi erano abbastanza diffuse in ogni paese, soppiantate poi con l’arrivo di materiali più semplici da utilizzare e forse più efficaci. Molte quindi di queste fornaci particolari sono andate distrutte. Non è stato così per quella situata nel bosco di proprietà della famiglia di Oskar Larcher di Corona.

«Mi ricordo – ci ha detto – che mio nonno Gustav mi diceva che il forno veniva impiegato varie volte all’anno. Ciò richiedeva un grandissimo impegno con l’aiuto di vicini. E proprio per il ricordo di mio nonno, la fornace non è stata distrutta e l’ho messa a disposizione degli artigiani».

Certo, l’impegno per la riattivazione di questa calcara è stato notevole. «Una sessantina di artigiani del luogo con molti volontari, fra cui tanti giovani, nel mese di febbraio – ci ha detto il capo degli artigiani Herbert Christoforetti – ha iniziato la preparazione della legna. Dopo mesi di lavoro sono state accatastate 2.350 fascine di rametti secchi di pino e larice del peso di un quindicina di kg ciascuna, più una grande quantità di legna da ardere grossa».

Perché questo grande quantitativo di conbustibile? Semplicemente perché per realizzare la calce la cottura delle pietre deve avvenire per 5 giorni consecutivi, mantenendo costantemente e ininterrottamente una temperatura di 900 gradi. E’ avvenuto così anche a Corona e squadre di volontari si sono dati il turno per alimentare la fornace con le fascine di legna e per asportare ogni 6-8 ore le ceneri prodotte.

Il complesso procedimento che porta dalla cottura delle pietre calcaree all’ottenimento della calce ce lo spiega lo stesso Christoforetti che si è “istruito” visitando una calcara a Vigolo Vattaro, nel Trentino.

«La calcara - racconta - solitamente si trova su un pendio ed è costituita con pietre di porfido e argilla. All’interno viene eretta una volta con rocce di calce e riempita con piccole pietre calcaree fino alla corona della stufa; il coperchio della stufa viene coperto con rami di abete e con argilla e al centro viene realizzato un camino. La camera del fuoco si trova sotto la volta in pietra calcarea ed è attrezzato con una griglia e un deposito per la cenere. Con la cottura, la pietra calcarea è trasformata in calce cotta e aggiungendo dell’acqua si forma la calce spenta pronta per essere usata come materiale base per muratori, imbianchini, viticoltori».

Il progetto di riattivazione della vecchia calcara ha coinvolto 150 volontari del Comune di Cortaccia che hanno lavorato complessivamente per 6.500 ore. Da metà della scorsa settimana sono affluiti nel bosco di Corona centinaia di persone ma anche gli alunni delle scuole elementari del paese. Domenica il clou dei visitatori con l’afflusso di persone interessate all’evento e provenienti da molti centri dell’Alto Adige.

Entusiasta, ovviamente, il sindaco di Cortaccia Martin Fischer: «Il merito di questo progetto non è mio ne di altri politici; hanno fatto tutto, in modo volontario, gli artigiani del paese e altri giovani. Noi, come Comune abbiamo solo agevolato e facilitato l’organizzazione dell’evento dal punto di vista burocratico e di copertura assicurativa. Sono molto contento della riuscita dell’esperimento e una grande lode va soprattutto al responsabile degli artigiani di Cortaccia».

Un evento quindi che dovrà essere ripetuto, magari non subito perché le tradizioni e i vecchi mestieri non devono andare perduti.

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