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Bolzano. Come può non dirsi un ragazzo fortunato, Pietro David? Che oggi ha 95 anni e va ancora in slitta? Sentite lui: «Allora, il giorno di ferragosto del '44 vengo convocato dai tedeschi occupanti in via Fucine dove avevano installato l'ufficio leva. Abitavamo allora a Gries, dunque sono andato a due passi da casa. La visita, il colloquio, le domande, tutto davanti a un ufficiale che, mano alla fondina, mi intima il saluto nazista. Poi il verdetto: sono assegnato alle Ss. Ero alto e biondo, non gli sembrava vero di mettermi in divisa. Accanto a me ragazzi con la stessa destinazione erano già in lacrime. La guerra, il fronte, la Russia...». E allora? «Succede che all'uscita sono fermato da un sottufficiale tedesco. Era grassoccio, tipo i furieri. Mi dice: tu vieni invece con me. Scopro subito dove, alle Acciaierie in Zona. Era successo che il comando aveva ritenuto ben più strategica la produzione di quel fantastico acciaio speciale che produceva Bolzano, più di nuovi soldati. “Ho l'ordine di comandare lì 60 elementi” ha risposto quell'omino alle obiezioni degli ufficiali di leva che si vedevano strappare di mano potenziali guerrieri. Io fermo lì, in piedi. Così, invece di sparare , ho fatto il lavoratore...». Non aveva neanche 19 anni allora Pietro David.
E questo succedeva a Bolzano il giorno di Ferragosto del '44. Perché era piena estate quando la fortuna è planata lì, vicino al Grieserhof e alle sue suore, dove i tedeschi, che avevano occupato l'Alto Adige e tutto il resto dopo l'8 settembre dell'anno prima, avevano installato l'ufficio di reclutamento. Era visto come la porta dell'inferno dai ragazzi che avevano ricevuto poco prima la cartolina di precetto. Anche da Pietro David. Ecco perché il libro che ha presentato ieri da Cappelli si intitola «Un giovane fortunato». È un diario, dal '39 al '46. Suo, ma anche di una intera città. Vista dagli occhi di un ragazzo che stava diventando uomo. Una città in trasformazione. Con Gries che era un altro comune e il resto che cambiava ogni giorno di più. David ci stava col papà, che aveva un'impresa di legnami a Funes. E la viveva come un grande cortile dove correre e imparare cose sempre nuove.
Come si viveva?
Bene. Mi sembrava tutto nuovo. E bello. Lo era. Le strade asfaltate, i palazzi di piazza Vittoria. Via Resia che sembrava un'autostrada. Anche Cappelli. Era lì il piccolo centro della vita culturale. Ma io allora mi divertivo, soprattutto.
E dove?
A Gries. Allora era molto più staccata da Bolzano, dal centro intendo.
Con chi giocava?
Coi ragazzi di lì. Erano tutti tedeschi. Scendevano alcuni dai masi lì intorno, sulle pendici. Andavamo alle elementari dove c'erano e ci sono ancora oggi i campi da tennis. Proprio di fronte.
Oggi è via Martin Knoller... E che succedeva?
Una scuola di vita. Ma soprattutto ho imparato il tedesco. Anzi, il dialetto. Anche oggi per me il tedesco è il sudtirolese bolzanino. Ho imparato per prime le brutte parole...
Convivenza?
Effettiva. Ecco perché penso ancora adesso che il modo migliore per imparare le lingue e conoscersi è giocare e andare a scuola insieme. Poi sono finito alle Regina Elena, nell'attuale via Cassa di Risparmio e poi al biennio tecnico in via San Quirino. Papà non mi vedeva troppo portato per gli studi. E a me piaceva lavorare in ditta con lui.
E gli amici?
Quasi tutti tedeschi. Ragazzi tosti. Io mi adeguavo e parlavo come loro. Gries era una piccola enclave.
È da lì, da casa sua, che ha visto la guerra?
Vista e sentita.
Cioè?
Ai primi di settembre del '43 c'era stato il primo, terribile bombardamento. In casa i grandi dicevano: vedete, non vogliono colpire né il centro né la Zona, soltanto i binari. Poi arrivò il Natale del 44...




