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BOLZANO. "Niente progetti per il futuro» non sembra il titolo ideale per una commedia brillante. Ma sul palco (al Teatro Cristallo domenica sera per il Circolo la Comune) ci sono Enzo Iacchetti e Giobbe Covatta, e la risata è assicurata. La commedia, firmata e diretta da Francesco Brandi e che ha vinto il Premio Flaiano 2009, è un gioco teatrale surreale, una parabola contemporanea, ambientata su un ponte nella periferia di una grande città. Lì si incontrano due aspiranti suicidi, uniti dalla comune insana aspirazione, ma diversissimi per tutto il resto.
Giobbe Covatta è Ivan, un garagista, uomo semplice e di piacevole concretezza, religioso praticante, di bassa estrazione sociale, con una cultura non certo ricca, ma nutrita da un'insopprimibile curiosità che alimenta le sue velleità speculative e filosofiche. Enzo Iacchetti è Tobia, un vip della TV, uomo colto e ironico, ma anche molto egoista e egocentrico, finito in disgrazia dopo aver involontariamente offeso un alto papavero della televisione in una delle solite schermaglie dei salotti televisivi. Questo è il motivo del suicidio: una carriera distrutta, e soprattutto nessuno più che lo ama e lo cerca. Cosa può succedere nell'incontro tra queste due diverse disperazioni? Lo abbiamo chiesto a Giobbe Covatta.
"Sembra strano, ma ci si diverte. Del resto da "Miseria e nobiltà" fino a Villaggio e oltre, la comicità è basata sul dramma. Secondo me è la forma di comicità più perfetta ed è quella che preferisco. Mi piace far ridere parlando di disperazioni e fallimenti".
Come è nata la vostra coppia teatrale?
"Io e Enzo siamo amici da decenni. Quando siamo arrivati a Milano, una trentina di anni fa, eravamo due giovani attori pieni di speranza e con pochi soldi. Io e lui abitavamo insieme in appartamento sulla ferrovia e quando passava il treno cadeva tutto quello che c'era sui ripiani. Siamo sempre rimasti amici, anzi lui forse è il mio migliore amico, anche se in realtà siamo molto diversi. Siamo diversi nella vita, nelle scelte, nel carattere".
In che cosa vi assomigliano i due personaggi che interpretate?
"Francesco Brandi li ha disegnati proprio su di noi. Enzo è un divo della televisione e lo è anche nella realtà. Io sono un uomo semplice che ama filosofeggiare. E forse sono un po' così".
Siete arrivati alla 35ª replica di questa commedia. Vi siete chiesti perchè la gente ride?
"Ride perchè vede la disperazione di due disgraziati che rappresentano 60 milioni di disgraziati. Questo periodo per il nostro paese è veramente brutto, non si sono ideali, né sogni, non ci sono punti di riferimento. Questo spettacolo è uno specchio della realtà che stiamo vivendo. E poi si diverte perchè ci divertiamo noi due. Ci conosciamo talmente bene che possiamo anche permetterci di improvvisare, così ogni sera è uno spettacolo diverso. Anzi sulla carta la commedia sarebbe stato più drammatica. Noi, devo dire con molta fatica, siamo intervenuti sul copione per renderlo più comico".
Lei fa molto l'attore, un po' lo scrittore e poca televisione. Perchè?
"Perchè non mi piace proprio, anche se capisco che dà potere e popolarità. La televisione serve per riempire i teatri, è uno spot per cui ti pagano, invece di dover pagare. Ma io preferisco fare altre cose. Oltre che scrittore sono anche antropologo e esploratore. Insomma, ho la fortuna di poter fare quello che mi piace. E non è poco...".
Giobbe Covatta è Ivan, un garagista, uomo semplice e di piacevole concretezza, religioso praticante, di bassa estrazione sociale, con una cultura non certo ricca, ma nutrita da un'insopprimibile curiosità che alimenta le sue velleità speculative e filosofiche. Enzo Iacchetti è Tobia, un vip della TV, uomo colto e ironico, ma anche molto egoista e egocentrico, finito in disgrazia dopo aver involontariamente offeso un alto papavero della televisione in una delle solite schermaglie dei salotti televisivi. Questo è il motivo del suicidio: una carriera distrutta, e soprattutto nessuno più che lo ama e lo cerca. Cosa può succedere nell'incontro tra queste due diverse disperazioni? Lo abbiamo chiesto a Giobbe Covatta.
"Sembra strano, ma ci si diverte. Del resto da "Miseria e nobiltà" fino a Villaggio e oltre, la comicità è basata sul dramma. Secondo me è la forma di comicità più perfetta ed è quella che preferisco. Mi piace far ridere parlando di disperazioni e fallimenti".
Come è nata la vostra coppia teatrale?
"Io e Enzo siamo amici da decenni. Quando siamo arrivati a Milano, una trentina di anni fa, eravamo due giovani attori pieni di speranza e con pochi soldi. Io e lui abitavamo insieme in appartamento sulla ferrovia e quando passava il treno cadeva tutto quello che c'era sui ripiani. Siamo sempre rimasti amici, anzi lui forse è il mio migliore amico, anche se in realtà siamo molto diversi. Siamo diversi nella vita, nelle scelte, nel carattere".
In che cosa vi assomigliano i due personaggi che interpretate?
"Francesco Brandi li ha disegnati proprio su di noi. Enzo è un divo della televisione e lo è anche nella realtà. Io sono un uomo semplice che ama filosofeggiare. E forse sono un po' così".
Siete arrivati alla 35ª replica di questa commedia. Vi siete chiesti perchè la gente ride?
"Ride perchè vede la disperazione di due disgraziati che rappresentano 60 milioni di disgraziati. Questo periodo per il nostro paese è veramente brutto, non si sono ideali, né sogni, non ci sono punti di riferimento. Questo spettacolo è uno specchio della realtà che stiamo vivendo. E poi si diverte perchè ci divertiamo noi due. Ci conosciamo talmente bene che possiamo anche permetterci di improvvisare, così ogni sera è uno spettacolo diverso. Anzi sulla carta la commedia sarebbe stato più drammatica. Noi, devo dire con molta fatica, siamo intervenuti sul copione per renderlo più comico".
Lei fa molto l'attore, un po' lo scrittore e poca televisione. Perchè?
"Perchè non mi piace proprio, anche se capisco che dà potere e popolarità. La televisione serve per riempire i teatri, è uno spot per cui ti pagano, invece di dover pagare. Ma io preferisco fare altre cose. Oltre che scrittore sono anche antropologo e esploratore. Insomma, ho la fortuna di poter fare quello che mi piace. E non è poco...".
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