BOLZANO. «Ah, è lei la commessa della Upim. Adesso ho capito perché mio marito ha comprato quell’enorme quantità di calzini». Piera Iovino ride di gusto, raccontando quell’incontro di tanti anni fa, con la moglie di un suo cliente. Era giovane e bella - ancora oggi è una bella signora - come la stragrande maggioranza delle sue colleghe e questo spiega perché nel magazzino di via della Posta c’era sempre un gran via vai di clientela maschile.

Era il 1954 quando è stata assunta alla Upim e aveva solo 14 anni. «Io abitavo a Oltrisarco e andare in via della Posta, era come oggi andare a New York. Mia madre non voleva che cominciassi a lavorare, ha dato il consenso solo perché era l’Upim, un grande negozio, un posto sicuro».

A 60 anni di distanza si rivede ancora il primo giorno accompagnata da mamma e papà. «Mi ricordo ancora com’ero vestita: calzettini e fiocco bianco in testa, gonna rosa confetto di taffetà che mi aveva fatto mia mamma. Ero una bambina. Tanto che quando il direttore mi chiese in quale reparto mi sarebbe piaciuto lavorare, risposi: ai giocattoli. Purtroppo, quello era già coperto e mi ritrovai a vendere calzini: un incubo. Poi la merceria: le donne allora lavoravano molto a maglia e dovevo consigliare alle clienti quanti gomitoli di lana ci volevano per fare un maglione. Non lo sapevo, imparai in fretta. Bisognava, se non volevi che ti licenziassero. Questo l’ho capito subito: il 27 agosto quando sono stata assunta assieme ad altre sei apprendiste, ho visto sette ragazze che avevano appena finito l’apprendistato e avrebbero dovuto essere promosse aiuto commesse in lacrime: le avevano licenziate, perché avrebbero avuto diritto ad un aumento di stipendio ».

Piera ha conservato le foto di quegli anni: ci sono cene e gite tra colleghe, ma i più belli sono gli scatti che nel 1963 la ritraggono in versione indossatrice nel magazzino dell’Upim, arredato come una passerella per le sfilate.

«Era appena arrivato il campionario autunno-inverno e il direttore propose di far indossare ad alcune di noi i capi per mostrarli in anteprima alle colleghe». C’è Piera che sfila con un elegante tailleur color tortora, poi con un cappottino nero e una maglietta rosa, per chiudere con una gonna blu e un golfino carta da zucchero.

«In quegli anni si vendeva di tutto: in via della Posta c’era sempre la folla. A Natale poi non si riusciva neppure ad entrare. In estate non potevo mai andare in ferie, se non dopo Ferragosto, perché c’era la coda ai costumi da bagno».

Quelli erano tempi in cui la direzione non dettava solo le regole del lavoro, ma pretendeva di regolare anche la vita privata delle dipendenti. «Per cui la vigilia di Pasqua dovevamo andare tutte a confessarci dai Cappuccini e poi a messa. La Upim, alla fine, ci offriva la colazione al bar».

Rigore era la parola d’ordine e nessuno osava ribellarsi: «Allora la merce non aveva le plache antitaccheggio e i controlli anti-furto su noi dipendenti erano severissimi: all’uscita bisognava pescare una biglia. Se era rossa la sorvegliante ci controllava, arrivando a volte addirittura a farci togliere le calze. Poi si sono evoluti e la biglia è stata sostituita da una cabina con la lampada: luce rossa significava controllo, verde via libera».

Alla Upim è rimasta 17 anni, ovvero fino al 1971, poi ha dovuto lasciare. «Con l’arrivo del secondo figlio non potevo più permettermi di lavorare a tempo pieno. Avevo chiesto il part-time, mi risposero picche. Ho pianto il giorno in cui ho dovuto rassegnare le dimissioni».

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