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BOLZANO. «Io sono quello alto e magro vicino al gerente: era il 1950 ed eravamo andati in gita a Firenze». Rino Giarin, 90 anni bolzanino, stacca dall'album le foto in bianco e nero che gli ricordano gli anni all'Upim di via della Posta, all’epoca Rinascente. Lì ha imparato un mestiere ed ha trovato Rina, la donna che sarebbe diventata sua moglie, dopo essersi licenziata ed essere andata a lavorare in pasticceria prima delle nozze, perché non erano ammessi matrimoni tra dipendenti.
«Avevo 15 anni e abitavo con i miei a Caldaro, quando nel 1939 ho saputo che cercavano un fattorino e mi sono presentato. Mi hanno preso subito e mi hanno dato la divisa rossa con il turbante nero. La mettevo quando portavo su e giù i clienti in ascensore».
In realtà, il fattorino l'ha fatto per poco, appena il tempo che il vetrinista di allora intuisse che quel ragazzino, sveglio e dotato di un certo gusto, poteva avere la stoffa per seguire le sue orme.
Le cenerentole. «Poi però è scoppiata la guerra e mi hanno spiegato che quello non era un lavoro da uomini e sono andato alla centrale della Montecatini di Oltrisarco per tre anni. Dopo la guerra sono tornato al mio posto, all'Upim. Sono stati anni indimenticabili. Godevo anche di grande considerazione: dopo il gerente, ero la figura più importante. Del resto, c’era un motivo: la scelta degli allestimenti è fondamentale per catturare i clienti. Farli entrare in negozio e indurli a comprare. Allora avevamo quattro vetrine grandi, una media e sei piccole. Ogni settimana si cambiava: ricordo ancora quella che avevo intitolato "Cenerentole" con i nuovi modelli di scarpette che scendevano dalle torri. In città mi ero fatto un nome e la sera quando smettevo all'Upim lavoravo per qualche privato».
Tutto bene fino a quando, dopo 20 anni passati a raccontare attraverso le vetrine le ultime novità del grande magazzino, si era sentito dire che avrebbe dovuto trovarsi un altro lavoro.
«Il motivo? Le donne costavano la metà degli uomini e il gruppo decise che si poteva risparmiare affidando a loro il lavoro che da quel momento divenne anche meno creativo, visto che gli allestimenti venivano decisi nella sede centrale di Milano ed erano uguali in tutt’Italia» .
Il professore. Così Giarin da dipendente si ritrovò a lavorare come libero professionista. L’ha fatto per dieci anni.
«Sono arrivato ad avere anche trenta negozi da allestire. A Natale e Pasqua c'era da impazzire: i commercianti bolzanini ci hanno sempre tenuto molto al modo in cui la merce veniva presentata».
Poi un giorno, dopo l’incontro con il direttore di allora della Scuola professionale, il vetrinista diventò insegnante.
«L'ho fatto per 23 anni. Ho cominciato disegnando l'aula di vetrinistica, realizzata poi dalla Sicar, all'interno della scuola che all’epoca era in via Dalmazia. Tenevo corsi per apprendisti e corsi serali. È stato un lavoro che mi ha dato grande soddisfazione. Peccato che, col tempo, questa figura abbia perso molta della sua importanza: oggi le vetrine le fanno le commesse e le grandi catene hanno uno staff di professionisti che le disegnano uguali per tutti, dal Brennero alla Sicilia».
Giarin, vedovo ormai da tanti anni, vive in via Parma di fronte alle scuole e del suo vecchio lavoro ha mantenuto la passione per l’ordine: «Una vetrina non può essere disordinata e lo stesso vale per la casa».
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