Bolzano. Emilio Lussu, importante uomo politico e scrittore del Novecento, era solito recarsi in Alto Adige, dove, soprattutto negli anni Sessanta, trascorreva lunghi periodi di riposo e di vacanza. Soggiornava solitamente a Siusi, e qui, già anziano, si rilassava con brevi ma frequenti passeggiate in montagna, trovando però sempre tempo da dedicare alla lettura e alla scrittura; a Siusi trovò l’ispirazione per scrivere “Il cinghiale del diavolo”, racconto di caccia e magia che contribuì ad accrescere ancor di più la sua già nota fama di scrittore.

Ma “Il cavaliere dei Rossomori”, così lo definì Giuseppe Fiori nella sua celebre biografia (“Il cavaliere dei Rossomori. Vita di Emilio Lussu”), nutriva per l’Alto Adige un interesse storico, politico e culturale che andò via via aumentando negli anni del secondo dopoguerra: a Lussu interessava la questione altoatesina, e da autonomista convinto e autentico, seguì con molta attenzione le discussioni e i dibattiti della fine degli anni Sessanta e degli inizi degli anni Settanta che culminarono nell’approvazione, nel 1972, del secondo Statuto di autonomia per l’Alto Adige.

È doveroso, prima di andare a scoprire il rapporto che lo legò all’Alto Adige, presentare questo affascinante personaggio.

La Grande Guerra

Emilio Lussu nacque ad Armungia, un piccolo centro vicino a Cagliari, nel 1890. Laureatosi in giurisprudenza, partecipò alla Grande Guerra, distinguendosi per valore e coraggio e congedandosi con il grado di capitano. Tornato in Sardegna, fondò, con Camillo Bellieni, il “Partito Sardo d’Azione” che, tra i punti principali del suo programma, prevedeva l’autonomia per la Sardegna nello Stato italiano. Diventato deputato nel 1921, ribadì più volte la posizione del suo partito rispetto all’organizzazione politico-amministrativa dello Stato, attirandosi ben presto gli strali del fascismo, a favore invece di uno Stato centralizzatore e pervasivo che, successivamente, Mussolini trasformò in dittatura. Lussu, come tanti altri antifascisti, fu confinato a Lipari, da dove riuscì però a fuggire con Carlo Rosselli e Fausto Nitti, riparando in Francia; qui con Rosselli e altri esuli fondò “Giustizia e Libertà”. Finita la guerra e caduto il fascismo, sposò Joyce Salvadori, partigiana e scrittrice apprezzata da Benedetto Croce, alla quale rimase legato per tutta la vita. Fu ministro con Ferruccio Parri e Alcide De Gasperi, senatore con il Partito Socialista Italiano di Pietro Nenni e con il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria fino al 1968. Morì a Roma nel marzo del 1975.

Lussu e l’Alto Adige

Lussu manifestò interesse per l’Alto Adige, così come per tutte le minoranze linguistiche ed etniche presenti in Italia, già nei primi anni Venti (appena fu eletto deputato) e quando a Lipari conobbe Josef Noldin, avvocato sudtirolese che si era rifiutato di dichiararsi italiano in seguito all’annessione dell’Alto Adige all’Italia, ebbe probabilmente modo di approfondire la questione sudtirolese. Ricordò la triste morte di Noldin in “Marcia su Roma e dintorni”, uno dei suoi libri più famosi.

Nel 1933, da esule in Francia, scrisse sui “Quaderni di Giustizia e Libertà” e, tornando sul problema delle minoranze, individuò nell’Alto Adige uno dei futuri Stati autonomi della Repubblica federale italiana. Lussu aveva ormai elaborato la sua teoria federalista: Stati federati (che egli definiva anche “Repubbliche federali”) sul modello dei cantoni svizzeri dotati di amplissima autonomia politico-amministrativa.

Per questi motivi, quando nel secondo dopoguerra la sua Sardegna non riuscì a elaborare uno statuto convintamente autonomo (Lussu pensava al modello siciliano), e svanito del tutto il sogno federale, il 29 maggio del 1947, alla Costituente, commentò con amarezza e con una punta di sarcasmo: «Queste nostre autonomie possono rientrare nella grande famiglia del federalismo così come il gatto rientra nella stessa famiglia del leone».

L’interesse per le minoranze linguistiche ed etniche non venne mai meno, così come non venne meno l’interesse per l’Alto Adige, che continuò a concepire dotato di larghissima autonomia, nel rispetto della Costituzione italiana: l’Alto Adige infatti, come le altre regioni a statuto speciale, doveva rifiutare senza indugio tentazioni separatiste. Agevolato dal suo ruolo prima nel Partito Socialista Italiano, poi nel Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, Lussu aveva buoni contatti con alcuni esponenti locali di questi partiti e veniva spesso invitato a parlare di politica e di autonomia. Negli anni Sessanta cominciò a frequentare assiduamente l’Alto Adige, legandosi in particolare ad Arduino Marchioro, sindacalista della Cgil, e al prof. Aldo Toffol, primario di Urologia dell’ospedale di Bolzano. Lussu e Marchioro militarono insieme nel Partito Socialista Italiano e poi nel Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria. Marchioro era segretario provinciale dello PSIUP e faceva parte del comitato centrale del partito. Ricorda Silvana Marchioro, figlia di Arduino: «Il loro era un legame molto forte, mio padre andava a prenderlo con la macchina alla stazione di Bolzano e lo accompagnava a Siusi, dove Lussu trascorreva la vacanza facendo brevi passeggiate e scrivendo della sua militanza antifascista e della clandestinità. Lussu era un galantuomo, serio e competente e veniva spesso invitato in provincia da politici e sindacalisti altoatesini, era molto ascoltato e tutti gli riconoscevano una preparazione superiore in materia di autonomia. Nel 1967, in occasione di una delle sue visite, mi autografò una copia di “Marcia su Roma e dintorni”, che custodisco ancora gelosamente».