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Bolzano. Mentre quasi tutto il paese si è tinto di giallo, da oggi in alto adige inizia il quarto lockdown che durerà tre settimane, ovvero fino al 28 febbraio. ma il clima questa volta è molto pesante: le opposizioni, italiane e tedesche, di destra e di sinistra, bocciano la gestione della pandemia in chiave altoatesina, in quanto ritenuta fallimentare sia per quanto riguarda il numero dei nuovi positivi che per le ripercussioni devastanti sull’economica, provocate da continue aperture e chiusure delle attività. a questo si aggiunge - e forse è l’aspetto più grave e preoccupante - l’esasperazione delle categorie messe in ginocchio: ci sono attività che non riapriranno più. basta fare un rapido giro in città, per vedere la dimensione del fenomeno. le vetrine di molti negozi sono vuote e al posto della merce ci sono cartelli del tipo: “affittasi” o “vendesi”. ieri mattina la protesta è scesa in piazza: cinquecento persone, di cui molte senza mascherina o con la mascherina abbassata, si sono radunate in piazza magnago, davanti ai palazzi della provincia, per contestare le nuove chiusure. tra loro no-vax, no-mask, ma anche commercianti, baristi, ristoratori, maestri di sci: non chiedono aiuti, ma di poter lavorare.
Tre settimane di restrizioni
Le nuove restrizioni sono dettate - questa la spiegazione del presidente della Provincia Arno Kompatscher - dalla necessità e dall’urgenza di cercare di rallentare la diffusione del contagio - nelle ultime 24 ore si sono registrati 470 nuovi casi positivi a fronte di 5.315 test e 5 decessi - e ridurre la pressione su ospedali e terapie intensive. Da oggi dunque chiudono molti negozi; restano chiusi bar e ristoranti che hanno le serrande abbassate già dal primo febbraio; chiudono le estetiste, ma soprattutto si vietano gli spostamenti da un comune all’altro. Nelle scuole si torna alla didattica a distanza alle medie e alle superiori; al via anche una campagna di test per individuare eventuali positivi.
Le aziende del settore produttivo e artigianale restano aperte, ma si raccomanda - non è un obbligo - di offrire ai dipendenti la possibilità di sottoporsi periodicamente a test antigenici rapidi o molecolari; oltre che incentivare l’uso delle Ffp2. Le nuove regole - che lo ricordiamo rimarranno in vigore fino al 28 febbraio - sono spiegate nel dettaglio nella pagina accanto. L’appello del presidente della Provincia Arno Kompatscher alla popolazione è a rimanere a casa il più possibile, cancellando ritrovi con amici, parenti e conoscenti all’interno delle quattro mura domestiche. Ma Kompastcher - sabato mattina in videoconferenza - ha rivolto un accorato appello anche a sindaci ed assessori dei 116 comuni altoatesini, affinché vengano intensificati i controlli da parte delle forze dell’ordine. Quattrocento euro la multa prevista per chi se ne infischia delle regole: prima tra tutte l’obbligo della mascherina.
Al di là delle sanzioni però è importante fare opera di sensibilizzazione: la popolazione tutta deve rispettare le regole per ridurre il rischio di infettarsi e di infettare gli altri. Chi può poi - a partire dai sanitari e dagli over 80 in attesa che si passi alle altre categorie - deve assolutamente vaccinarsi. Non attenersi in maniera rigorosa alle regole e non vaccinarsi è da irresponsabili, perché non solo si mette a repentaglio la vita propria e quella degli altri, ma si contribuisce a mettere in ginocchio un’intera economia.
La protesta in piazza
Nonostante la pioggia, ieri mattina piazza Magnago, si è riempita di circa 500 persone che hanno contestato le nuove restrizioni decise dalla Provincia. Sulla scalinata del palazzo del Consiglio provinciale un grande striscione con la scritta “Fateci lavorare”. A guidare la protesta l’ex consigliere Andreas Pöder, da sempre in prima fila nelle manifestazioni dei no-vax, e Josef Unterholzner, consigliere provinciale prima del Team K e oggi di Enzian. La polizia ha invitato coloro che non avevano la mascherina ad indossarla; chi si è rifiutato, sarà identificato e sanzionato. Assieme a no-vax e no-mask anche chi come Susanna, bolzanina, un figlio da crescere, occupata nel settore della gastronomia, da ottobre è a casa e tira avanti con l’assegno di disoccupazione: «Fatto così non serve: o chiudono tutti o nessuno». Remigio Chiari, 58 anni bresciano, appassionato di montagna e sci, nove anni fa ha deciso di cambiare vita: ha mollato la sua azienda e si è trasferito a Sesto Pusteria, dove lavora come fornaio. «Mi vergogno a dire che io e il mio collega lavoriamo una settimana e l’altra siamo in cassa integrazione. Per non parlare degli impianti da sci - ce ne sono due nuovi sul Monte Elmo - che non hanno mai aperto. Senza turisti, si muore». Dalla Val Venosta sono arrivate Andrea Daniel, maestra, e Jana Thoma, impiegata in un’azienda di mobili, per portare la loro solidarietà a chi il lavoro lo ha perso: «Il modo in cui è stato gestito questo lockdown è folle: o il sacrificio lo fanno tutti e si chiude tutto, o nessuno. Così non serve a nulla, se non a penalizzare certe categorie».
©RIPRODUZIONE RISERVATA.
Tre settimane di restrizioni
Le nuove restrizioni sono dettate - questa la spiegazione del presidente della Provincia Arno Kompatscher - dalla necessità e dall’urgenza di cercare di rallentare la diffusione del contagio - nelle ultime 24 ore si sono registrati 470 nuovi casi positivi a fronte di 5.315 test e 5 decessi - e ridurre la pressione su ospedali e terapie intensive. Da oggi dunque chiudono molti negozi; restano chiusi bar e ristoranti che hanno le serrande abbassate già dal primo febbraio; chiudono le estetiste, ma soprattutto si vietano gli spostamenti da un comune all’altro. Nelle scuole si torna alla didattica a distanza alle medie e alle superiori; al via anche una campagna di test per individuare eventuali positivi.
Le aziende del settore produttivo e artigianale restano aperte, ma si raccomanda - non è un obbligo - di offrire ai dipendenti la possibilità di sottoporsi periodicamente a test antigenici rapidi o molecolari; oltre che incentivare l’uso delle Ffp2. Le nuove regole - che lo ricordiamo rimarranno in vigore fino al 28 febbraio - sono spiegate nel dettaglio nella pagina accanto. L’appello del presidente della Provincia Arno Kompatscher alla popolazione è a rimanere a casa il più possibile, cancellando ritrovi con amici, parenti e conoscenti all’interno delle quattro mura domestiche. Ma Kompastcher - sabato mattina in videoconferenza - ha rivolto un accorato appello anche a sindaci ed assessori dei 116 comuni altoatesini, affinché vengano intensificati i controlli da parte delle forze dell’ordine. Quattrocento euro la multa prevista per chi se ne infischia delle regole: prima tra tutte l’obbligo della mascherina.
Al di là delle sanzioni però è importante fare opera di sensibilizzazione: la popolazione tutta deve rispettare le regole per ridurre il rischio di infettarsi e di infettare gli altri. Chi può poi - a partire dai sanitari e dagli over 80 in attesa che si passi alle altre categorie - deve assolutamente vaccinarsi. Non attenersi in maniera rigorosa alle regole e non vaccinarsi è da irresponsabili, perché non solo si mette a repentaglio la vita propria e quella degli altri, ma si contribuisce a mettere in ginocchio un’intera economia.
La protesta in piazza
Nonostante la pioggia, ieri mattina piazza Magnago, si è riempita di circa 500 persone che hanno contestato le nuove restrizioni decise dalla Provincia. Sulla scalinata del palazzo del Consiglio provinciale un grande striscione con la scritta “Fateci lavorare”. A guidare la protesta l’ex consigliere Andreas Pöder, da sempre in prima fila nelle manifestazioni dei no-vax, e Josef Unterholzner, consigliere provinciale prima del Team K e oggi di Enzian. La polizia ha invitato coloro che non avevano la mascherina ad indossarla; chi si è rifiutato, sarà identificato e sanzionato. Assieme a no-vax e no-mask anche chi come Susanna, bolzanina, un figlio da crescere, occupata nel settore della gastronomia, da ottobre è a casa e tira avanti con l’assegno di disoccupazione: «Fatto così non serve: o chiudono tutti o nessuno». Remigio Chiari, 58 anni bresciano, appassionato di montagna e sci, nove anni fa ha deciso di cambiare vita: ha mollato la sua azienda e si è trasferito a Sesto Pusteria, dove lavora come fornaio. «Mi vergogno a dire che io e il mio collega lavoriamo una settimana e l’altra siamo in cassa integrazione. Per non parlare degli impianti da sci - ce ne sono due nuovi sul Monte Elmo - che non hanno mai aperto. Senza turisti, si muore». Dalla Val Venosta sono arrivate Andrea Daniel, maestra, e Jana Thoma, impiegata in un’azienda di mobili, per portare la loro solidarietà a chi il lavoro lo ha perso: «Il modo in cui è stato gestito questo lockdown è folle: o il sacrificio lo fanno tutti e si chiude tutto, o nessuno. Così non serve a nulla, se non a penalizzare certe categorie».
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