BOLZANO. Ha raccolto foto e brevi filmati fatti con i cellulari sulle carrette del mare che li hanno portati in Italia e ha creato un interessante documentario di circa mezz’ora: è la storia di un gruppo di profughi, quasi tutti originari del Bangladesh, che sono scappati dalla Libia in fiamme alla fine del 2014 e oggi stanno cercando di costruirsi un futuro a Bolzano.

L’autrice è Serenella Margotti dell’associazione Scioglilingua: una donna tosta, geometra di professione, che ha “adottato” i disperati, alloggiati all’ex Bagni di Zolfo e poi approdati nella casetta di via Torino, dove gratuitamente, assieme ad una ventina di ex professoresse e professori, insegna l’italiano.

La scuola Scioglilingua è chiusa per le vacanze estive: ma lei è lì comunque tutti i pomeriggi ad insegnare a parlare, e poi a leggere e scrivere; a predisporre il curriculum per chi, dopo sei mesi dall’arrivo in Italia e in attesa dell’asilo, ottiene un attestato che gli consentirebbe di lavorare; a compilare moduli per il rilascio di documenti.

Durante i tanti giorni trascorsi assieme, Margotti ha raccolto i racconti di questi giovani - in media hanno tra i 20 e i 30 anni, ma c’è anche chi non arriva ai 18 pur dichiarandone di più - fatti di paura e disperazione, ma anche di tanta speranza di poter ricominciare.

Lei grande appassionata di fotografia - la prima Yashica Fx3 l’ha acquistata per 180 mila lire quando aveva 16 anni dopo aver messo da parte i soldi di due mesi di lavoro a raccogliere mele - ha raccolto le foto della loro prima vita, ovvero di quando lavoravano in Libia e facevano i piastrellisti, i cuochi, i muratori, guadagnavano bene e mandavano i soldi alle famiglie in Bangladesh. Poi è cambiato tutto velocemente: le truppe dell’Isis hanno trasformato la Libia in una polveriera, le foto e le testimonianze raccontano di una città di Bengasi sotto assedio, di frontiere chiuse e transazioni bancarie bloccate.

«E così non avendo altra scelta - spiega Margotti - hanno dovuto partire. Molti di loro mi hanno raccontato di aver pagato mille dinari, pari a circa 400 euro, per il viaggio che pensavano fosse in nave e che avrebbe dovuto durare poche ore. Non c’era una data certa per la partenza: ogni momento poteva essere buono. Si sono trovati così in piena notte a salire su barconi assieme ad altre 180-200 persone. Pensavano che poi ci sarebbe stato il trasbordo su una nave vera. Nulla di tutto questo. Sono rimasti in balia del mare per quattro giorni: pensavano di non farcela come quelli che hanno visto morire durante l’interminabile traversata».

Loro sono stati fortunati e sono sbarcati in Sicilia. Tra questi, anche otto bengalesi partiti assieme dal Bangladesh alcuni anni fa, approdati in Libia dove avevano trovato lavoro e poi saliti assieme sulla carretta che li ha portati fino in Italia. Quindi il viaggio verso il Nord e l’approdo, sempre assieme, prima ai Piani e poi ai Bagni di Zolfo.

Ci sono le foto dei profughi all’interno dell’ex albergo di via Merano, che fino alla scorsa estate ospitava provvisoriamente i disabili e precedentemente gli anziani delle case di riposo. E nelle aule ricavate dalla casetta che l’associazione Scioglilingua ha in mezzo ai condomini popolari di via Torino.

«Hanno fretta d’imparare l’italiano - racconta Margotti - condizione indispensabile per cominciare a lavorare. Qualcuno ce l’ha già fatta: uno ha trovato posto in un albergo, un altro in un negozio del centro e due vanno a fare i tuttofare in un albergo in Trentino».

È l’inizio - forse - di un nuovo cammino e il tentativo di “trovare il senso a questo vita”. Come dice la canzone di Vasco Rossi che chiude il film-documentario.

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