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BOLZANO. Quando la vita ti fa un'entrata da ammonizione, le risposte possono essere due: o vai dall'arbitro a lamentarti, oppure ti massaggi la gamba, ti rialzi e aspetti l'occasione per far vedere chi sei. La prima è comoda. La seconda no, perché possono passare anni per uscire dal sottopassaggio, non più in penombra. «Io, quando mi sono detto che era ora di cambiare, ho preso in mano un ristorante», dice Paolo Tornatore. E che ristorante.
La Cacciatora ha cento anni e si trova lungo l'itinerario che anche generazioni di bolzanini hanno percorso, prima sulla statale, poi sull'A22, superando quel ponte sull'Adige che era la premessa di pranzi senza mai una fine. Le domeniche degli anni Sessanta e Settanta, e poi quelle delle generazioni successive: la Cacciatora, a Mezzocorona, se ne stava sul confine, subito dopo le «Salurner Klause», a far credere di essere andati altrove.
«Ho fatto un provino col Brescia, stavo in fase di decollo», ricorda questo ex ragazzo che fino all'adolescenza sembrava non crescere più e che invece, in pochi mesi, come spesso accade in quei passaggi d'età, è arrivato a un'altezza che di solito tocca ai centravanti. «E allora, Brescia o no, ho fatto tutti gli spogliatoi che contano, qui, dalle giovanili del Bolzano alla Virtus».
Fino a diventare allenatore. Ma, tornando agli scarti dell'esistenza, una volta passato dal campo di calcio al lavoro di consulente, si è detto che prendere un ristorante va bene, ma due è meglio. Ed è così che è arrivato anche il Dublin Pub, a Bolzano sud, accanto alla Thun. Qui lo spirito imprenditoriale che si era impossessato dell'ex centravanti lo ha condotto a diversificare l'offerta, come in ogni catena che si rispetti. A Mezzocorona i menù di prestigio, a Bolzano la flessibilità del bistrot che guarda a chi esce dalle aziende. Dove arriva, tutti lo salutano.
È come l'applauso dalla tribuna?
Forse di più. Ci ho messo del mio. Ci ho scommesso, poteva andar male. È andata bene.
Sognava di fare il calciatore?
Da sempre, fin da bambino.
Nato?
Laives. Ma poi ho vagabondato per tante giovanili. Esordio a 16 anni in Eccellenza.
Non succede a tutti.
No, non succede. E ancora Bolzano, San Paolo.
A chi assomigliava, a Pio Esposito?
No, lui fa la boa. Stando all'oggi direi Scamacca. Chi mi vedeva giocare pensava a Casiraghi. Sa, quello che per fermarlo serviva buttarlo giù, tanto pesava in area.
Poteva fare il salto? Poi?
Un provino col Brescia. Potevo, poi ho iniziato a fare l'allenatore. È successo che mi hanno proposto di prendere gli Allievi del Südtirol. Ma la vita non va sempre liscia, così ho pensato che era il caso di lavorare come consulente.
Tuttavia c'è stato il Laives. Come allenatore è accaduto che, durante una partita col Milland, i suoi segnassero quando gli avversari si erano fermati. E lei che fece?
Ho chiesto ai ragazzi di subire una rete per tornare in pari. L'ho fatto d'istinto. Il calcio giovanile serve soprattutto a formare uomini più che calciatori. Mi hanno premiato, anche l'asilo nido di Laives. Una bella cosa.
Le è rimasto quell'episodio?
Spero di sì. Ci provo sempre a non approfittare dei problemi degli altri. Per me lo sport è felicità anche per questo.
Com'è la sua vita via da quel calcio?
Non sto fermo un minuto, peggio di quando giocavo. Non si ha idea, quando mi si vede magari in sala, di cosa ci sia dietro un ristorante. Passo ore al telefono, tra fornitori e clienti, scrivo mille mail per preparare i menù o inventarmi qualcosa di nuovo.
Una volta alla Cacciatora si andava per il risotto con le quaglie.
Lo rimetteremo, penso. Stiamo costantemente rivedendo i menù.
Conta la tradizione?
Cento anni contano. Si sente nell'aria che si respira. Spero la si avverta.
E il Dublin?
Lì l'idea è non sovrapporre gli stili. A Bolzano siamo circondati da gente che lavora, non si viene in gita. E quindi il disegno imprenditoriale è stato di strutturare un'offerta diversificata ma flessibile. Agile come deve essere quella per chi arriva, magari, nella pausa pranzo. Ci sono operai, impiegati, si aspettano quello.
Insomma, si è portato nella ristorazione la lezione tattica degli allenatori che cambiano modulo a seconda dell'avversario?
Proprio così. Ho imparato a non avere regole fisse. Il calcio, in fondo, è un po' come la vita: serve essere pronti ad adattarsi, a cambiare.
In famiglia? Figli?
Mi seguono. Sono due, Luca e Alex. Studiano. Ma mi danno pure una mano alla Cacciatora.
P.CA.


