BOLZANO. Non c'è nulla di simile qui. Potrebbe essere l'Eurac, che nasce dalla stessa inquietudine propria di una terra che ha provato a tenere insieme passato e presente e anche le sue contraddizioni architettoniche: e cioè la memoria di un regime (tuttavia capace di raccontarsi anche attraverso l'architettura), con l'oggi autonomista (senza una cultura urbana e urbanistica in grado di esprimerlo).

Ma il Techpark, il Polo tecnologico o "Noi" è un'altra cosa. E' come se si fosse riusciti a non sfuggire alla sua potenza rappresentativa, alla grandezza dei suoi spazi e anche alla loro "invadenza": ad evitare di piegarli alla realtà. Si è accettata la sfida con una presenza architettonica potente standoci dentro. Restando lì, a dialogare tra la vecchia Montecatini dell'industrializzazione forzata, straordinario esempio di archeologia industriale modernista ponendolo in dialogo con un futuro di tecnologia leggera, fatta di menti più che di corpi.

Questo è il "Noi".

Che proprio per la sua forza progettuale è stato inserito in una collana di architettura («Noi Techpark Bolzano, la fabbrica della ricerca» a cura di Marco Mulazzani, fotografie di Alessandra Chemollo, Electa architettura editore).

È stato presentato, il volume, ieri, nei suoi luoghi, in via Volta. C’era anche il suo progettista, Claudio Lucchin. Il quale, nella prefazione, cita un passo di Stanley Kubrick: «Ho tentato di rappresentare un'esperienza visiva che aggiri la comprensione per penetrare con il suo contenuto emotivo direttamente nell'inconscio...».

Uno pensa: perché Kubrick?

Poi, mettiamo senza averlo mai fatto, entra nel piazzale del Noi. E vede lui, il Monolith. Il cubo nero che sta in mezzo ai due corpi di fabbrica del 1934 e rappresenta la loro estensione in profondità, contenendo i luoghi delle start up, della ricerca di base e dell'innovazione, tanto che è stata prevista, sempre in nero, una sua estensione verso sud mano a mano che chiederanno di lavorarvi le nuove imprese.

È come se Lucchin avesse voluto ripensare "quel" monolite scuro di "Odissea nello spazio", circondato dai primati che proprio perchè toccati dal suo mistero evocativo iniziano ad usare delle ossa come strumenti. E' un oggetto ermetico, nel film, quel monolite. Dai significati oscuri e fluttuanti ma che vuol forse dire che il futuro può apparire all'improvviso dentro il passato. Ecco il senso del "Noi", oggi.

Perché lì era stata fatta nascere la Montecatini, tra il '34 e il '39, la prima grande fabbrica dell'italianizzazione di Bolzano. Produceva alluminio, in una quantità mai vista. Fu funzionale all'Italia sottoposta allora alle sanzioni per l'invasione dell'Etiopia. E l'alluminio servì anche all'elettrificazione del territorio, scovando quel tesoro nascosto dalle acque che era l'energia.

Si è discusso molto se abbattere o no quei due corpi di fabbrica, come accadde ad altri dell'epoca per fare spazio alle nuove aziende. Poi, nel 2004 la Provincia, con lungimiranza e anche perchè ormai dentro una temperie politica di pacificazione e nuova convivenza autonomistica, decise di mettere sotto tutela quell'insieme ormai monumentale.

Ma ancora non era finita. L'arrivo a Bolzano di "Manifesta 7" che trovò in quella fabbrica dismessa ma dotata di spazi stupefacenti i luoghi delle sue esposizioni, aveva suggerito di farne un nuovo museo d'arte contemporanea, il Museion. Ma era un progetto che non convinceva, perché tendeva a ridurre l'ex Montecatini, poi Alumnia e Magnesio, a semplice manifesto architettonico.

Invece, questa l'intenzione di chi da Roberto Bizzo in su, fino a Kompatscher decise di farne un polo per l'innovazione, quel monumento della produzione industriale d'eccellenza, avrebbe dovuto costituire la connessione visibile tra quello che la città aveva voluto essere e quello che sperava di diventare: un centro del nuovo pensiero. C'è il titolo di un capitolo del libro sul "Noi" che riassume il senso di quella scelta: da fabbrica pesante a fabbrica delle idee.

Ulrich Stofner, che è stato uno degli organizzatori del cantiere del Polo, ricorda che fu proprio questo il ragionamento che spinse a non farne un museo: la vecchia fabbrica doveva restare comunque fabbrica.

Sarebbe stato in sostanza molto più fedele alla logica della sua presenza nella Zona se quel monumento industriale avesse continuato ad essere un luogo di produzione. Anche di prodotti ma soprattutto di pensiero.

E dunque perchè togliere alla ex Montecatini la sua natura di "produttrice" pur se non più di alluminio?

L'idea architettonica ha così seguito quella politica. Ma anche quella pienamente urbana. Bolzano doveva mantenere viva la sua fabbrica e tornare a farla sentire al centro della sua vita, della realtà cittadina. Ed ecco quindi la valorizzazione degli spazi, soprattutto dell'ingresso e del cortile, con quel suo aprirsi in un abbraccio verso nord, verso Bolzano e i suoi abitanti. E' un libro soprattutto di immagini, questo edito da Electa. Dove quelle della vecchia Montecatini in bianco e nero precedono quelle del degrado post industriale e poi dei progetti e infine del cantiere. Ma è anche un volume di letture. Ci sono testi di Arno Kompatscher, di Ulrich Stofner, dello storico Giorgio Delle Donne , di Waltraud Kofler Engl dei beni architettonici e naturalmente di Marco Mulazzani e Claudio Lucchin.

©RIPRODUZIONE RISERVATA