BOLZANO. Lei, una donna alla Dante. «Chiamatemi papessa», sorride Raffaella De Rosa. È da pochi giorni tornata dall'Egitto e dice: «Ho visto le mummie delle faraone. Alcune avevano la barba, nel senso di un pizzetto finto che applicavano per farle apparire più autorevoli». Cioè uomini? «Appunto. Quel tempo dovrebbe essere lontano ma non è detto: le donne stanno ancora indietro in tanti luoghi del lavoro e della vita».

Intanto lei guida la Dante Alighieri, vale a dire l'italiano - come lingua e cultura - che si propone al mondo. É un faro che lo vede dall'alto. Ed è anche qui un ottimo punto di osservazione sulle dinamiche che ci riguardano, anche come territorio, partendo dall'immigrazione. «I corsi che teniamo per stranieri sono sempre più affollati» rivela. Dall'arabo, all'italiano al tedesco, tre lingue che si incrociano. Dalla Dante la percezione della paura sfuma dentro un percorso che chiede ascolto e partecipazione. E lo ottiene: «Ci sono i risultati». Un esempio. E con i tedeschi? «Grande collaborazione».

La Dante oggi è questo: una prua che taglia il ghiaccio dell'incomprensione costruendo ponti. Non c'è solo l'orgoglio di una straordinaria tradizione linguistica, letteraria e artistica da tenere viva, c'è l'idea che il presente possa salire sulle spalle del passato e andare avanti: 348 comitati, presenza in 74 Paesi, 142 mila persone connesse “che amano l'italiano”, 277 centri di esame per le certificazioni Plida, 50 scuole, 110 presidi letterari, biblioteche Dante, nella giuria permanente del premio Strega. É un ente morale antico quasi come l'Italia unita: anno Domini 1889.

La Dante è "sua" da quando?

Era il 2022. Ma non è mia, è delle centinaia di persone che ci lavorano, ci entra io per studiare, ci osservano e giudicano.

Decisa da subito a guidarla?

Ci ho pensato. Il mio predecessore, il professor Giulio Clamer me lo ha chiesto, ho detto sì.

E prima?

Sono una insegnante e formatrice. Arrivo dall'Intendenza scolastica.

Che le dicono i figli?

Ne ho due. La figlia non ha avuto bisogno di spiegazioni. Anche lei insegna, si cura dei disabili.

Poco prima di arrivare pensava a una novità da introdurre?

Una. E l'abbiamo realizzata: il gruppo Dante giovani. Un patto intergenerazionale. Noi trasferiamo competenze, loro le rinnovano e ci rinnovano.

C'era in passato questa idea della Dante come di un luogo un filo ingessato.

Niente di più diverso. Soprattutto negli ultimi decenni. Siamo ambasciatori di cultura e ora siamo in rete ovunque. Quello che forse più offre il senso di futuro sono i nostri corsi per stranieri. Per prima cosa sono gratuiti. Paghiamo noi.

Funzionano come?

Quaranta ore di lingua e poi supporti di istruzione generale come educazione alla cittadinanza, medicina, comportamenti da tenere, gestione dei rapporti con l'esterno.

Arrivano?

In tanti. Per adesso abbiamo una ventina di uomini al mattino e altrettanti al pomeriggio nelle lezioni miste. Sono tutti molto motivati. Comprendono che la lingua è la chiave per l'integrazione e dunque per il lavoro. Alcuni arrivano sapendo il tedesco, perché li hanno magari assunti a tempo in qualche piccola azienda, e allora facciamo transitare il loro arabo attraverso il tedesco e l'italiano.

E la percezione di insicurezza che si respira, la difficoltà di dialogo con loro…

Alla Dante tutto questo sta fuori dalla porta. Non penso che sia fortuna. É che quando i problemi li guardi negli occhi e ci parli, smettono di essere insormontabili.

Che ottengono dalla Dante?

C'è il livello A2 che serve per i permessi di soggiorno. Poi il B1 per la cittadinanza. C'è molta consapevolezza reciproca.

Com'è il rapporto col mondo tedesco?

Forte collaborazione con la loro intendenza. Forniamo le certificazioni linguistiche per le scuole di primo e secondo grado di lingua tedesca.

Non c'è il rischio che l'italiano, soprattutto sul territorio, sia poco frequentato linguisticamente?
Lavoriamo insieme. E insieme le cose diventano molto più praticabili. Soprattutto attraverso l'interesse reciproco".

Lei è nata a Bolzano?

Arrivo da Milano. Sono nata lì. Poi mio papà che lavorava in Banca d'Italia ha iniziato coi suoi molti trasferimenti. Sono arrivata qui con lui. Era il 1978.

Da allora?

Rimasta. E dopo un po' con due figli, maschio e femmina.

Bolzano?

Meglio di tanti altri luoghi, credetemi. A chi si lamenta per la sicurezza dico: qui non va poi così male, siamo fortunati.