Bolzano. «Avete presente i parroci? Ecco, io anche se lascerò la parrocchia non è che smetterò di essere prete. Se c’è bisogno, posso sempre dare una mano a dir messa...». Mario Broll non è un parroco: nel suo campo potrebbe essere almeno un cardinale. Ma da capo Ripartizione Foreste della Provincia, in pensione dopo 40 anni di lavoro nei e per i boschi (al suo posto è subentrato da ieri Günther Unterthiner), l'idea della parrocchia è ben dentro la sua idea di vita. Intesa come comunità di lavoro, di affetti e un po' anche di fede. «Beh, sono cresciuto in val di Fiemme. Avevamo le mucche grigie. Il papà e lo zio andavano a far legna e poi in segheria, la mamma e le altre donne lavoravano nei campi dalla mattina alla sera».

In questo mondo Brol ha costruito le sue radici. Come quelle di un abete bianco. Legate alla terra e pure ad una certa altitudine, il che vuole dire camminare piano ma non fermarsi mai. E anche stare bene con le genti di montagna, lingua o non lingua. E così lui, italiano, non ha avuto mai problemi nel mondo tradizionalmente (e inevitabilmente) tedesco-sudtirolese delle foreste e dei campi. Scuole superiori un po’ anche in Germania, Scienze Forestali a Padova con lavori da “apprendista segantino” e da guardia forestale sul Latemar per mantenersi agli studi, BrolL, che ora a 62 anni ( “e 44 di contributi”), ha finito per percorrere tutto il cursus honorum fino al vertice della ripartizione agricoltura e foreste della Provincia. E in questi giorni, è stato nominato accademico delle Scienze Forestali.

È diventato professore...

E sì che non ho mai insegnato. Quello che so l'ho imparato stando in mezzo agli alberi. I miei avevano una segheria. Io ho fatto il boscaiolo e l’apprendista. E pure la guarda forestale. Sarà per questo che, anche italiano tra i tedeschi, non ho mai avuto problemi.

Iniziando da dove?

Il primo incarico l’ho avuto sul Renon. Ecco, devo dire che c’è stato solo rispetto ed empatia. In montagna si guarda ad altre cose e tra i boschi non c’è politica. Sarà perché sono cresciuto anch’io in un maso...

Dalla val di Fiemme a qui.

È il posto migliore per provare a capire le foreste e gli alberi. A casa mia e in Alto Adige ho imparato un linguaggio comune, una lingua franca che ha poche parole e tanti fatti, che insegna a toccare il legno e a riconoscere le piante, ad una ad una.

Sarà stato un dolore vederle tutte a terra con la VaIa, no?

Di più. È stato un lutto. Quando dopo la tempesta ho sorvolato in elicottero le zone più colpite, come il Latemar ho avuto un tuffo al cuore. E ho pensato subito alla morte di mio papà. A quando se ne è andato ancora troppo giovane. Penso di aver pianto.

Erano i suoi alberi...

Non scherzo, i più vecchi li conoscevo uno ad uno. Vederli adagiati così, senza più vita, ho pensato: e adesso, cosa si fa?

Già, cosa si è fatto?

Io ho fatto come quando se ne è andato il mio papà: mi sono guardato intorno e ho provato a tirarmi su le maniche.

Per cosa?

Dare sicurezza e creare condivisione. Si sono messe insieme tutte le energie possibili. Abbiamo fatto un tavolo tecnico, era il 7 di novembre, con davanti tutti quelli che avevano a che fare coi boschi. Dalle segherie ai contadini, dai produttori di biomassa alle ditte.

E cosa è accaduto?

Che da un male, da un grande male, è nato un bene. Si è toccata con mano la solidarietà. Non solo economica, perchè tutti quei boschi erano un tesoro, una ricchezza per tanta gente. No, anche umana. Ognuno per la sua parte ha fatto un passo in avanti. Si sono aperte nuove strade forestali, si è iniziato a ricostruire e a riutilizzare.

Ma quella tempesta ci ha fatto capire che il mondo stava cambiando. Il clima, la terra. Ne aveva avuto sentore?

Guardi, nella stazione sul Renon misuriamo l'aria da 30 anni. Lo chiamiamo il “respiro del bosco”. Non solo si monitorano temperature o precipitazioni ma anche i gas, le impercettibili variazioni della loro presenza, le polveri, i pollini.

E cosa ha rilevato?

Che negli ultimi decenni la temperatura è salita di un grado e mezzo. E che lo 0 termico è salito a sua volta di 300 metri.

È grave?

Può esserlo se non ci muoviamo. Per ogni mezzo grado in più di temperatura lo 0 termico sale di cento metri. E questo, per gli alberi, significa che certe specie, penso all'abete bianco, quello più in basso, dovrebbero salire di quota per proseguire nella loro possibile buona vita.

E lo fanno?

Le piante non corrono. E neanche camminano. Non sono come gli animali selvatici che , guidati dai cambiamenti climatici, si adattano a spostarsi. In questo caso a salire.

E invece gli alberi come possono proteggersi?

Con la biodiversità. Attraverso il processo naturale dell'inseminazione. Ma è un iter lungo. Ecco perché dico: non è una tragedia il cambiamento climatico ma potrebbe diventarlo se fosse troppo veloce.

Dunque che possiamo fare?

Rallentare i processi. Dare tempo alla natura di trovare le contromisure. Se il riscaldamento globale prosegue a velocità sostenuta sarà impossibile. Se invece rallenterà allora anche l'innalzamento delle temperature creerà un mutamento negli insediamenti come altre volte è accaduto nella storia della terra ma senza stravolgimenti.

Nulla è perduto ma dobbiamo essere bravi noi a fare ognuno la sua parte?

È così. Ogni azione virtuosa serve non a bloccare ma almeno a rallentare i processi. Vaia è stato un evento straordinario. Non so se potrà mai ripetersi, io sono ottimista. Come pure non sono per natura catastrofista. Ma credo nel lavoro, nell'impegno quotidiano. E l'impegno nostro ora deve essere quello inteso ad aiutare la natura, gli alberi e i boschi ad adattarsi. Dobbiamo fornire loro il tempo per adattarsi e rigenerarsi. P.CA.