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BOLZANO. Il Museion tossicchia. Anzi, ha il fiatone. Mentre secondo l'ultimo rapporto di Federculture che fa un analisi dei modelli di business adottati da decine e decine di musei e fondazioni italiane, Bolzano sta in fondo alla classifica dei virtuosi, va a vuoto la ricerca di un nuovo direttore/rice. In 50 avevano risposto al bando della fondazione, dopo la prima scrematura ne erano rimasti tre ma per una ragione o per l'altro tutti hanno infine rifiutato. Così, la presidente Marion Piffer Damiani è stata costretta a chiedere a Letizia Ragaglia, la direttrice uscente per fine mandato, di rimanere ancora un anno: doveva lasciare in aprile, lo farà sempre in aprile ma del 2020. Federico Giudiceandrea, del cda, giustifica così l'esito: «Siamo stati sfortunati. Per una serie di concomitanze anche personali nessuno alla fine ha accettato l'incarico». Ragaglia , che aveva già impostato la stagione 2019, la seguirà così fino al termine. Ma Museion si trova anche di fronte ad un bivio di tipo gestionale che riguarda la sua capacità di attrarre investitori privati e sponsor da un lato e visitatori dall'altro. Perché finora, per vivere, ha avuto bisogno di costanti immissioni di denaro pubblico. Certo, spiega anche la ricerca di Federculture che ha certificato la situazione, tanta arte e cultura non è chiamata a fare tutto da sola. I musei non sono circhi equestri o stadi di calcio. Ma c'è modo e modo. Il rapporto ha usato una serie di parametri, per stilare la sua classifica, dal numero di visitatori al budget iniziale a disposizione, dai fondi delle pubbliche istituzioni, dalla capacità di “fundraising”, cioè di saper attrarre donazioni dei privati. Il risultato è che la migliore tra le fondazioni in termini di autonomia finanziaria (è quest'ultimo il parametro finale) è quella dei Musei civici di Venezia: gli oltre 30 milioni di euro di incassi coprono il 96% delle sue necessità. Segue il Museo Egizio di Torino con 9,5 milioni che contribuiscono al suo funzionamento al 77%. Le peggiori sono, appunto, la fondazione Museion, che gestisce il museo d'arte contemporanea di Bolzano, dove i 311mila euro di introito fanno fronte solo all'11% di quanto necessario al funzionamento. Peggio, in basso, il Madre di Napoli che con 120mila euro di incasso ha bisogno della stampella pubblica per il 96%. Terz'ultimo il Maxxi di Roma che, con due milioni di incassi, ne riceve quasi 9 di contributi tra pubblici e privati. Ne risulta che, tra le fondazioni museali italiane, della bolzanina sconta un handicap che, in molte occasioni, era stato fatto emergere in sede di dibattito sulla sua gestione: l'handicap è la scarsità cronica di visitatori. Spesso mimetizzata da un lodevole incremento dell'attività di stimolo all'interno delle scuole o dagli intensi programmi delle strutture annesse, come il bar. Handicap di volta in volta attribuito all'elitarismo delle scelte artistiche, per altri all'assenza di iniziative di introduzione all'arte contemporanea attraverso mostre più accessibili al grande pubblico o di maggior richiamo. In altre occasioni alla durezza della proposta contemporanea. «Non vogliamo essere un doppione nel Mart» ha sostenuto in più occasioni la direttrice Letizia Ragaglia. Che ha proseguito con coerenza i suoi rapporti con alcune delle più esclusive centrali della proposta artistica europea. Ora, comunque, questi dati mettono in evidenza che, sempre più, il Museion non è in grado di camminare con le sue gambe. Un rapporto, questo di Federculture che andrà in ogni caso analizzato in vista dei prossimi mutamenti che interesseranno Museion. (p.ca.)


