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BOLZANO. Una voce potente quella di don Luigi Ciotti, una voce pacata e dolce quella di don Giancarlo Bertagnolli: entrambe però, seppur in modo diverso, capaci di graffiare e scuotere le coscienze. Molto diversi questi due sacerdoti ma legati da un’amicizia profonda, lunga più di quarant’anni. Tanto che l’ultimo desiderio di don Geki è stato quello di salutare il fondatore del Gruppo Abele di Torino. E lui, il prete antimafia costretto a vivere sotto scorta, domenica scorsa è corso a Bolzano, per incontrarlo.
Com’è nato questo legame?
«Ci siamo incontrati negli anni Settanta: è la strada che ci ha unito e che ha insegnato ad entrambi la capacità di accogliere. Da lì è nata la nostra amicizia. Lui mi ha invitato tante volte a venire in Alto Adige a parlare ai ragazzi dell’Azione cattolica e nelle scuole».
Lei a Torino nel 1965 ha fondato il Gruppo Abele, don Bertagnolli nel 1977 a Bolzano “La Strada-der Weg”.
«Erano anni difficili in cui la droga stava bruciando troppe giovani vite. Il suo sogno era di spendersi sulla strada, per aiutare chi in quel momento viveva una situazione di difficoltà».
Don Giancarlo diceva che se non ci fosse stato lei non sarebbe nata “La Strada-der Weg”.
«Ero stato qui ad inaugurare quel percorso con l’arcivescovo di Torino Michele Pellegrino. Prima ero stato da monsignor Gargitter a chiedere che lasciasse libero don Giancarlo di fare quello che poi ha fatto».
Che prete era?
«Un prete che c’era sempre. Che ha avuto come riferimento l’amore di Dio e il Vangelo. È stato capace di saldare la terra e il cielo e anche con il suo modo molto attento, ma anche molto graffiante, ha aiutato tante persone a ridare un senso alla vita».
Un sacerdote, si è detto, che ha amato Dio ma anche le persone.
«Sì, soprattutto quelle che facevano fatica».
Quando vi siete visti per l’ultima volta?
«Pochi giorni fa, mi hanno telefonato per dirmi che don Giancarlo desiderava parlarmi. Sono riuscito a partire di corsa da Torino, ci siamo incontrati, ci siamo detti ancora alcune cose. Abbiamo pregato insieme. Poco dopo se n’è andato».
Cosa la colpiva di più di don Giancarlo?
«La capacità di relazione, di ascolto, di grande amore per la sua terra, le sue montagne e le persone che ci abitano».
Qual è il modello di Chiesa che sacerdoti come lei e don Geki sognano?
«Una Chiesa che sappia sempre più accogliere, che tenga la porta aperta, in particolare per gli ultimi. Dobbiamo lavorare per ricostruire la speranza, ripartendo dai volti di chi da questa società viene ogni giorno escluso».
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