BOLZANO. «Forse sono pazzo», dice di sé Arnaldo Loner. «A 88 anni compiuti», insiste, «continuo a comprare libri. Ho la casa piena. Fare l’avvocato? Beh, quello è il lavoro».

Loner era amico di Umberto Eco. Un altro che, come Borges, forse immaginava che il mondo fosse una biblioteca.

Diceva, Eco: «I bibliofili sono tutti pazzi ma meglio un pazzo coi libri che uno senza». Loner ieri ha donato il suo «fondo», con nuovi inserimenti, alla biblioteca «Claudia Augusta».

Non è un caso che l’evento sia stato collocato all’interno dei giorni della Memoria. Si tratta di volumi che contengono testimonianze, memorie, racconti, saggi intorno alla Shoah, all’Olocausto.

Se ne priverà?

Sono felice. E in ogni caso posso tornare qui a rileggerli.

Perché lo ha fatto?

Ho in mente una frase di Primo Levi. Diceva: “comprendere è forse impossibile, ma conoscere è necessario”. Ecco, penso che ci sia una reale necessità di non dimenticare, ma anche di conoscere il più possibile quell’orrore.

E oggi?

Soprattutto oggi. Vedo spuntare scritte naziste sui muri, apparire insulti fascisti anche a Bolzano, che pure ha avuto tra le sue mura uno dei lager più terribili tra quelli sorti in Italia.

Vede pericoli?

Quelli non smettono mai. Si avverte come un desiderio sotterraneo di fare riemergere i fantasmi del nazifascismo, quasi a volerli giustificare. Questo è terribile. Il mondo era terribile con loro al potere. Mi vengono i brividi.

Quindi lei non smette di leggere e di parlare…

Mi hanno invitato in cento scuole. E vedo i giovani molto attenti. A loro non sfugge nulla.

Vede anche un impegno personale in tutto questo, che attiene proprio a lei?

Certo. Perché dopo tanti anni mi è chiaro un ulteriore elemento che giustifica questa necessità di sapere, di non scordare. La memoria e la conoscenza di quanto è accaduto sono uno strumento di difesa. Sì, di difesa.

Cosa intende ?

Che dopo avere guardato i morti, le camere a gas, letto le testimonianze, osservati i camini e i volti, sarà sempre più difficile alzare il braccio per fare il saluto nazista o il saluto romano.

Ne è sicuro?

Lo credo fermamente. Non penso che i ragazzi a cui spiego i fatti abbiano alla fine tanta voglia di alzare quel braccio. Ci sono ideologie che vanno ancora combattute oggi. Non sono le stesse, hanno altre facce e sigle, ma rimpiangono quei giorni, quel razzismo, quelle guerre.

Lei ha accettato di rappresentare Bolzano come parte civile al processo Seifert, l’aguzzino del lager di via Resia. Perché?

Non potevo tirarmi indietro. Quando Giovanni Salghetti, l’allora sindaco, me lo ha proposto, ne ho colto l’importanza civile. Bolzano doveva esserci. Era il suo lager. Lo si doveva alle vittime, ai prigionieri, ai sopravvissuti, alle loro famiglie .

Come è andata?

Il processo si è svolto a Verona, al Tribunale militare. Era il 2000. Prima condanne. Poi nel 2001 l’appello e infine nel 2002 la Cassazione con le conferme. Siamo poi riusciti ad avere l’estradizione. Seifert si era rifugiato in Canada.

È stato difficile?

Molto. Lui si è difeso fino alla corte suprema. Ma alla fine è stato fatto giungere in Italia. Ha scontato due anni nel carcere di Santa Maria Capua Vetere prima di morire, nel 2010, a 86 anni.

Non era troppo vecchio?

Era un criminale.

Ricorda in particolare qualcosa di quel processo?

Le testimonianze. Orribili. È stato condannato per 11 omicidi certi. Ma erano almeno 18. Io dico molti, molti di più. Non è stato possibile provarli.

Lo ha spiegato?

Ho provato. Ai giurati ricordo di avere detto questo: ecco, Seifert ha testa, mani, piedi, sembra un uomo normale. No, non lo è. È una belva. Ha ucciso in modo tremendo. Un ragazzo prigioniero, un ebreo, lo ha ammazzato ficcandogli le dita negli occhi. Lo ha lasciato a terra e se ne è andato. Capisce perché questi libri, e le scuole e tutto il resto?