BOLZANO. Dopo 70 anni si sono nuovamente aperte le porte, questa volta amichevolmente, del carcere di via Dante di Bolzano a Ruggero Sebben, partigiano «Decimo» di Fonzaso, paese in provincia di Belluno. Sebben, accompagnato dall’Anpi di Feltre ha varcato le cancellate del carcere che nel 1944 lo vide prigioniero per oltre sette mesi, catturato e imprigionato come oppositore del regime nazifascista.

«È stato emozionante», racconta il partigiano all’alba dei suoi 95 anni, «avere fatto ritorno dove mi tennero in prigionia per sette lunghi mesi. Da allora la struttura non è molto cambiata. Rientrarci ha rievocato le sensazioni del tempo, di quei sette mesi prima della mia liberazione nel marzo del 1945».

Ricordi che il partigiano feltrino si è trovato a rivivere inseguendo uno dei suoi desideri, condiviso dalla sezione Anpi di Feltre nel nome del presidente Gian Nicola Faronato e dal nipote dell’ex sindaco di Feltre nel primo e secondo dopoguerra Giuseppe Barbante: ridare un nome alle centinaia di detenuti nel carcere bolzanino. A dare manforte all’iniziativa la dottoressa Carla Giacomozzi dell’Archivio storico del Comune di Bolzano.

Desiderio, progetto, speranza non semplice che ha impegnato gli interessati in una minuziosa e lunga ricerca di archivio in archivio, inseguendo documenti apparentemente inesistenti o quantomeno perduti. La ricerca è iniziata nel 2011 da parte di alcuni reduci delle carceri di Bolzano che chiedono di accedere all’archivio dell’Ufficio Matricola del carcere. Quella strada non ha portato all’esito sperato e infilò i «ricercatori» in un oceano di carte ancora più vasto. Fu detto loro che nel dopoguerra i documenti erano stati spostati a Roma in qualche ufficio ministeriale o dello Stato. Conferma che venne data dalla stessa Giacomozzi. Si iniziò quindi una ricerca a ventaglio nell’archivio di Stato, nell’archivio del ministero di Grazia e giustizia, nell’archivio dell’Ispettorato generale cappellani carcerari di Roma, nell’archivio del ministero dell’Interno, in quello della Curia e della Provincia di Bolzano, fino all’archivio segreto del Vaticano. Tutte ricerche inconcludenti. A riaprire le speranze è stata la direttrice del carcere bolzanino, Anna Rita Nuzzaci, che rispondendo a una richiesta di chiarimenti di Sebben e compagni ha accolto una piccola delegazione confermando che i documenti erano ancora nell’archivio del carcere e dando disponibilità ad accedervi.

È questo l’iter che ha condotto il partigiano Sebben a tornare in quel carcere che fu la sua prigionia e a dare il via alla ricerca dei nominativi dei prigionieri feltrini. Dalle prime indagini ha fatto capolino proprio il nome di Sebben e l’intento è ora di trovare quanti più nomi possibili, ricostruendo le molteplici storie di prigionia che si sono susseguite dal 1943 al 1945. Nomi che ad oggi non vanno oltre il 10% della totalità dei detenuti politici che furono presenti nel carcere. Nomi importanti non solo per i bellunesi o feltrini, ma anche per il nostro territorio: fra questi l’alpinista Tita Piaz e il medico Gino Lubich(l.o.)