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di Sergio Baraldi
BOLZANO. E’ morto a Cortona, in Toscana, Mario Lenzi, il giornalista che ha “inventato” i giornali locali dell’Espresso. Aveva 84 anni. Se “Repubblica” ha contribuito a cambiare il volto del giornalismo nazionale, i quotidiani locali del Gruppo progettati da Lenzi hanno impresso una spinta decisiva alla trasformazione di quelli provinciali e regionali. Lenzi è stato per anni direttore editoriale e poi presidente della Finegil, la società che riunisce le testate locali. E’ difficile riassumere la figura di uno dei protagonisti della stampa moderna in una scarna biografia. La storia di Lenzi racconta la fiducia di un giornalista, e del suo editore, nel giornalismo come strumento di emancipazione civile di un Paese composto da tanti territori con le sue “lingue” diverse, i suoi molti codici culturali, le sue bandiere, le sue tradizioni. Un’avventura professionale ricca, complessa, ispirata da una visione etica della professione, come l’uomo che, alla fine, ne è diventato il simbolo.
A quindici anni Mario Lenzi fece il partigiano a Livorno, scegliendo, diceva, quale “uomo sarei stato”. Dopo la guerra, iniziò a fare il giornalista alla “Gazzetta di Livorno”, poi andò al “Nuovo Corriere di Firenze”, quindi a “Paese Sera” a Roma dove prima fece il caporedattore poi il vicedirettore. Fu lui a studiare e attuare il primo rinnovamento di “Paese Sera” assieme al grafico e giornalista Stefano Petrovich, che lo avrebbe seguito al Gruppo L’Espresso. Si trasferì a Milano per occuparsi di “Milano Sera” e, infine, fece il vicedirettore de “L’Ora” di Palermo con Alfonso Madeo dove cominciò a mettere in pratica le sue idee sui quotidiani locali, a cominciare dalla scelta del formato tabloid. E’ guardando all’esperienza de “L’Ora” che Carlo Caracciolo pensò che fosse l’uomo adatto per il “Tirreno” di Livorno, che aveva acquisito da poco e che intendeva rilanciare. Entrambi forse non immaginavano che quella collaborazione avrebbe fatto nascere un’intesa professionale e un’amicizia che sarebbe durata alcuni decenni e che avrebbe costruito la Finegil, società che oggi conta 18 giornali locali.
Rinnovato il “Tirreno”, Lenzi fu chiamato a Roma. L’Espresso colse l’occasione di acquistare la “Provincia Pavese” e, in quel momento, nacque il Gruppo. Nel corso degli anni, Lenzi creò giornali di successo, come la “Nuova Venezia” che rafforzò la presenza dell’Espresso in Veneto dopo avere rilevato dall’editore Giorgio Mondadori il “Mattino di Padova” e la “Tribuna di Treviso”. Progettò il “Centro” di Pescara, oggi diventato il quotidiano dell’Abruzzo. Prima era stata fondata l’Agl, l’Agenzia dei Giornali Locali che forniva servizi a tutte le testate. Nel frattempo, erano entrati nel Gruppo altri giornali: la “Nuova Sardegna”, “l’Alto Adige” e il “Trentino”, i quali passarono dal formato tradizionale all’attuale tabloid prima che si aggiungesse il “Corriere delle Alpi” di Belluno. Arrivò il “Lavoro” di Genova, mentre, dopo la “battaglia di Segrate” per il controllo della Mondadori, passarono al gruppo la “Gazzetta di Mantova”, la “Gazzetta di Reggio”, la “Nuova Gazzetta di Modena” e la “Nuova Ferrara”, tutti giornali rinnovati e riorganizzati. Caracciolo ampliò ancora la catena dei quotidiani con l’acquisizione della “Città” di Salerno e poi del “Messagero Veneto” e de “Il Piccolo”.
La storia del Gruppo ci aiuta a comprendere il ruolo decisivo che giocò Mario. Sua era l’idea di costruire un sistema di giornali locali. Carlo Caracciolo la raccolse con entusiasmo, gli amministratori delegati di quegli anni, Gianfranco Alessandrini prima e Marco Benedetto poi, ci puntarono. Interesse che oggi confermano il presidente Carlo De Benedetti e l’amministratore delegato Monica Mondardini. Alla base della strategia di Mario c’era l’intuizione di un’Italia trascurata dalla logica nazionale, ma non per questo meno importante.
Era l’Italia dei mille comuni alla quale era stato negato il palcoscenico, ma che era in attesa che una trasformazione dei rapporti tra centro e periferia la legittimasse e le restituisse quel ruolo che cominciava a reclamare. Quando non si parlava ancora di federalismo, alla fine degli anni Settanta e nei primi anni Ottanta, Lenzi aveva compreso che esisteva una domanda di rappresentanza civile inevasa. Collegata a essa, c’era un mercato poco esplorato. E un disagio della cittadinanza che attendeva di diventare pubblico. Per Mario l’innovazione del modello dei quotidiani locali era un modo per favorire un processo democratico che stava emergendo e, nello stesso tempo, per adeguarsi a un mercato che si apriva. Le due facce di questa operazione, quella civile-culturale e quella editoriale-imprenditoriale, s’incontravano per lui nel giornale, che diventava l’interprete e il custode dei molti volti della specificità, come si diceva allora.
La modernizzazione dei quotidiani locali, dunque, per Mario s’incardinava su una idea coerente con la visione dell’Italia molteplice: il territorio e la sua valorizzazione. I quotidiani locali smettevano di essere solo l’eco tradizionale della comunità, spesso influenzati da potentati politici ed economici, in molti casi debole imitazione della stampa nazionale, per diventare un soggetto d’informazione moderno, capace di assimilare la lezione del migliore giornalismo. La libertà era garantita dal Gruppo L’Espresso. Ma il suo modello era moderno perché era locale, non il contrario. Il “nuovo” giornale del territorio doveva essere l’arena della discussione e della narrazione pubblica. Un luogo del luogo in cui si deve trovare l’informazione, l’opinione, il servizio per i lettori. Il riferimento era un lettore al quale non erano riconosciuti solo i diritti di cittadinanza, ma qualcosa di più e di diverso: il sentimento di appartenenza a un posto e alla sua storia diversi da ogni altro.
I “suoi” giornali avrebbero dovuto esprimere questo grumo di memoria e speranza. Mario, cioè, intuì che l’identità stava diventando il vero specchio sociale. Che con la crisi delle ideologie e degli universalismi, l’identità del “noi” sarebbe diventata la leva su cui si sarebbero modellati punti di vista, interessi, relazioni. Il giornale locale non poteva, quindi, limitarsi a essere il portavoce del lettore, doveva diventare strumento d’informazione e di una inedita forma di rappresentanza dei bisogni non solo materiali. Lo doveva perché questo legame affonda nella fiducia. E la fiducia è il collante della comunità e risponde a una domanda collettiva di senso. In anticipo sui tempi, il progetto di Mario si scontrava con contraddizioni e tensioni.
Non era facile trovare l’equilibrio tra la diversità dei territori e il far parte di un grande gruppo editoriale, tra l’autonomia delle testate e la necessità di un’attenta gestione imprenditoriale, senza la quale la vita dei giornali, soprattutto quelli più piccoli, sarebbe stata messa in discussione. Inoltre, la pressione all’autorealizzazione di territori e individui cominciava ad assumere segni e significati che finivano per sfidare, soprattutto al Nord, quel progetto di emancipazione in cui Mario credeva. Ma questo non gli impedì di ricercare nel prodotto una sintesi dinamica con le esigenze delle economie di scala, la partecipazione delle redazioni, i cambiamenti del Paese molteplice. Anzi, confermava la validità della sua convinzione: un’identità nazionale costruita dal basso delle differenze e non dall’alto della sintesi politico-istituzionale. Per questo parlava sempre, in quegli anni, di “policentrismo”.
In fondo, al cuore di quella strategia, Lenzi pensava che l’impegno sul fronte dei territori e dell’identità potesse offrire un contributo importante all’elaborazione dell’idea di sé che il Gruppo Editoriale l’Espresso maturava nel più ampio scenario di un Paese che cambiava. Con “La Repubblica” e “L’Espresso”, i giornali locali si candidavano a essere una lente professionale e civile indispensabile per decifrare il mutamento, proprio perché raccontava il radicamento e le ansie delle comunità di fronte alle sfide globali. Erano la notizia di una società che intuiva se stessa meno “nazionale”, più de-centrata, talvolta più impaurita.
Il significato dei giornali locali, quindi, andava ricercato in questa connessione tra passione civile nella complessità delle identità e gestione manageriale. Ogni tanto Mario, uomo di sinistra, si divertiva a sottolineare come un’idea riformatrice potesse innestarsi nella dialettica tra “il calcolo imprenditoriale”, come lo definiva, e un disegno professionale democratico. Da questo punto di vista, c’è un aspetto che vale la pena ricordare di Mario, soprattutto se teniamo presente l’evoluzione attuale dell’editoria. Lenzi era persuaso che la tecnologia fosse l’infrastruttura determinante per consentire ai giornali locali non solo un controllo dei costi, ma la realizzazione di quotidiani locali attrezzati per le sfide del mercato.
Fu lui a inventare le “sinergie” con la creazione dell’Agl e lo scambio di servizi e pagine tra i quotidiani. Ma accanto al “valore aggiunto” tecnico ed economico, che pure contava, per lui rimaneva fondamentale l’idea che la capacità delle redazioni di lavorare insieme servisse a migliorare noi giornalisti e la qualità dei quotidiani. Lenzi sosteneva che le nuove tecnologie avrebbero cambiato il modo di produzione dei giornali, rivoluzionato spazi e tempi, aperto nuove frontiere, come in effetti accadde, fino alla svolta di internet che studiò nonostante avesse ormai lasciato l’ impegno attivo. Mario era un uomo colto, laico, intenso, mite anche se sapeva assumere responsabilità e decisioni. Ai tanti giornalisti cresciuti con lui o ai giovani che lo sono diventati dopo di lui, grazie anche a lui, lascia l’esempio di una vita rigorosa e dei suoi valori. E’ difficile non ripensare con affetto alla ricchezza interiore di Mario, alla sua capacità di ascoltare, di confrontarsi con le idee degli altri, alla delicatezza con cui consigliava e talvolta rimproverava chi commetteva un errore, sempre con il rispetto dell’altro e il desiderio di aiutarlo a crescere nelle difficoltà. Uno stile raro. Forse la sua vera felicità consisteva nel sentirsi padrone di sé fino alla fine.
L’intellettuale Mario Lenzi ci lascia in eredità il gusto di governare i cambiamenti del futuro, la voglia di costruire, la fede che la missione civile del giornalismo, illuminata dall’etica pubblica, si possa esercitare presso ogni piazza del Paese. “Avevamo pensato di cambiare il mare - ci diceva - invece dobbiamo cambiare la barca”. Quella barca è questo giornale.


