BOLZANO. A guardarla da questo posto dove c'erano la Magnesio e l'Alumix, non sembra più la stessa Zona. Dove prima c'era un terreno bruciato dall'abbandono postindustriale sta venendo su un teatro. Più di 250 posti. Adesso sembra una cavea, le gradinate di un anfiteatro classico. Che poi sarà coperta e si vedrà dentro e fuori. A fianco, è in avanzata ristrutturazione lo spazio chiuso dove prima c'era il corpo centrale della fabbrica anni Trenta; che è alto come una cattedrale e lì si faranno i concerti (almeno 500 posti); sull'altro lato della cavea, le sale dei convegni. Sopra, si apre la piazza.

Al centro della quale resterà la torre dipinta ai tempi della grande mostra d'arte contemporanea bolzanina; oltre, sale il cantiere del ristorante e del bar, aperto fino alle tre di notte. Poi, finalmente, la strada. Che è l'unica cosa che resterà com'è. Ecco, come anticipato dall’Alto Adige nei giorni scorsi, quello che sta succedendo dove nascerà il Polo dell'innovazione. Ed ecco quello che farà succedere alla Zona quando sarà finito: di giorno si lavorerà negli uffici e nelle fabbriche ma di notte sarà un'altra storia e questa diventerà un'altra città. Uno chiede al progettista: ma l'avete deciso dopo? «No - risponde Claudio Lucchin - tutto questo e non solo i laboratori e gli spazi per la ricerca e quelli per i privati, era stato voluto ab initio da Bls». Perché è stato Bls il motore. Ha preso in mano il progetto, avviato prima da Di Puppo, poi continuato da Luisa Gnecchi e infine fortemente voluto e blindato finanziariamente da Roberto Bizzo, e lo sta conducendo in porto. È Martin Vallazza il responsabile dell'operazione. Lui e il presidente di Bls Ulrich Stoffner, hanno ricevuto una delega quasi in bianco da Kompatscher. Perché approvato il disegno del Polo, stanziati i fondi (70 milioni il costo dei lavori) si trattava di iniziare tutto quasi daccapo: confrontarsi con le esigenze dei possibili ospiti cioè le aziende private (certa la Maccaferri, quasi certa, e questa è una notizia, la parte ingegneristica di Alperia), coordinare gli enti di ricerca (Lub, Tis, Eurac e tutti gli altri), tacitare con i fatti e le volontà i rischi fatti emergere da Assindustria («sarà una cattedrale nel deserto» avevano detto all'inizio), operare variazioni. Inventarsi il Polo come sarà non come edificio ma come contenuti. E questi grandiosi spazi, e pure il ristorante, all'inizio dovevano servire a chi avrebbe lavorato al centro. Poi negli uffici di Bls si sono chiesti: ma se la Zona deve essere anche città, e se trasformarla in città è una vera innovazione, una scommessa sulla possibile nuova contemporaneità insediativa, perché il Polo (appunto dell'innovazione) non potrebbe esserne il motore? E offrire alla Zona gli strumenti pratici per attuare un sogno non più impossibile? Ed ecco la decisione di aprire. Rendere il Polo permeabile alle esigenze di una popolazione mobile. Che affolla la Zona (almeno 50mila persone di giorno) e che poi se ne va la sera lasciandola deserta ma che potrebbe riaffluirvi di notte, dal centro e dai dintorni, per renderla finalmente viva. «Pensiamoci - riflette ancora Lucchin: qui tutto quello che ci potrà essere, dalla musica ai convegni, ai concerti e alle mostre. Poco più a sud, invece, la Salewa con i suoi spazi di intrattenimento musicali e sportivi. Se solo questi due elementi si mettessero in rete costituirebbero un motore molto potente per far diventare la Zona parte integrante della città». In sostanza un quartiere con funzioni complementari rispetto agli altri, ma un quartiere. E dunque una porzione assemblabile non solo urbanisticamente ma come ritmi di vita, spostamenti interni e comportamenti. In questo momento il cantiere è molto avanzato. Sono già stati costruiti due piani sotterranei di garage vicino alla torre. E sta prendendo forma la "T della cultura e dello spettacolo". Costituita dalla cavea teatrale al centro con la piazza e il ristorante e ai due lati le sale convegno e il grande auditorium coperto. Tempi di consegna? L'estate prossima.