BOLZANO. Un flop il caffè delle donne, chiuso di imperio dal vicepresidente della giunta provinciale per un duplice bilancio in rosso al terzo anno di attività.

Un flop il ristorante biologico, messo in liquidazione dopo poco più di un anno di attività per le pesanti difficoltà finanziarie della coop che lo aveva preso in gestione.

Un flop pure la prima gara d’appalto indetta dal municipio per la riassegnazione del locale a un qualunque privato che lo volesse prender in gestione e riaprire.

Stiamo parlando del locale di proprietà comunale in piazza Parrocchia 22; per chi se lo ricorda ancora, l’ex bar «Vecchia Bolzano». Due piani con cucina, dehors esterno, posizione centralissima di fronte al duomo, a due passi dal mercatino di piazza Walther, risanato di recente a spese del municipio. Sette anni abbondanti di flop.

Flop innanzitutto di una certa politica, incapace di coniugare i sogni di parificazione di genere con le necessità gestionali legate alla sopravvivenza di un’impresa, ma soprattutto tre anni e mezzo di mancati introiti per le casse del municipio. Stimabili, così a spanne, in almeno 100-150 mila euro di mancati affitti incassati. Niente concessione, niente canone di concessione. Tenendo inoltre conto che un locale pubblico, se rimane inutilizzato, come qualsiasi altro immobile lasciato andare, col tempo deperisce.

Ora il Comune sta ritentando di darlo in concessione con procedura aperta al miglior offerente. Canone di base: 31.360 euro annui più Iva al 22%, ovverosia 38.300 euro all’anno.

Inaugurato in pompa magna dall’intera giunta comunale nel novembre 2007 con il nome - bello altisonante ma piuttosto poco a misura di marketing - di: “cafè plural feminin art&culture”, era sostenuto dall’archivio storico delle donne, dal centro documentazione e informazione della donna, dalle donne Nissà, da Alchemilla, da Zona. Ospitava anche l’ufficio donna del Comune. L’esperienza, però, durò nemmeno tre anni, fino all’estate 2010, quando la Provincia impose alla coop di gestione di chiudere baracca, causa due bilanci di seguito in rosso. Per il resto del 2010 e tutto il 2011 il locale era rimasto chiuso. Poi, era arrivata un’altra cooperativa. Niente più velleità artistico-culturali e di genere, semplicemente un locale, anche se sui generis, perché si puntava tutto sul bio. Si chiamava Aretè. Inizio attività nei primi mesi del 2012. Ma anche questa esperienza era durata poco: chiusura a settembre 2013, causa liquidazione. Càpita, per carità. Non sempre, anche se si offrono prodotti di alta qualità, il pubblico accorre in massa. Ora, sono trascorsi quasi due anni. Invano. La coop Aretè nel 2012 aveva vinto il bando per l’assegnazione con una base d’asta di 45.900 euro all’anno. Doveva durare 9 anni, la concessione. Non è stato così. Dopo la chiusura del bio, il Comune prima aveva tentennato, poi aveva provato ad indire un’ulteriore gara, alla quale qualcuno aveva ben partecipato, ma non si era trovato nemmeno un privato - anche qui senza alcuna velleità sociale o culturale - disposto a ritentarci. Adesso, sperando, perché non è che si scorgano molte altre attività di supporto, ci si riprova: canone di concessione 31.360 euro più Iva, termine dell’offerta il 10 agosto alle 12, apertura delle buste, se ce ne saranno, il giorno 11 alle 15. Gente che va a vedere, che si interessa, ce n’è. Proposte, per ora, nisba.

©RIPRODUZIONE RISERVATA