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BOLZANO. Al termine di un contenzioso amministrativo durato 20 anni - a conferma della “velocità” della macchina della giustizia italiana - il Consiglio di Stato ha accolto le richieste dell’imprenditore bolzanino Pietro Tosolini e con sentenza inappellabile, pubblicata tre giorni fa, ha condannato Comune e Provincia a risarcire un danno quantificato in 1.239.493 rivalutato nel frattempo ad un milione e 600 mila euro, da pagare in parti uguali.
La vicenda parte da lontano: siamo alla fine degli anni ’80, quando la società Generalbau, che fa capo al costruttore, acquista dalla società Co.mo lo storico palazzo di corso Libertà sede del cinema Corso, disegnato dall’architetto Armando Ronca, e di proprietà originariamente dell’Azienda di soggiorno.
In mezzo a mille polemiche e raccolte di firme il complesso viene abbattuto nel 1988 e al suo posto sorge il “Centro il Corso” con negozi a piano terra e nei due interrati e uffici sopra che attualmente ospitano la Corte d’appello e la Procura dei minori.
Il Comune rilascia la concessione per 23 mila metri cubi, ma Tosolini, assistito in questo lunghissimo contenzioso dall’avvocato Sergio Dragogna, sostiene di avere diritto ad una cubatura superiore: mancano all’appello 1800 metri.
Cerca di ottenere o una variante con relativo aumento della cubatura o un condono, ma la risposta è sempre negativa. Sia a livello amministrativo che davanti ai giudici del Tar.
Non si arrende e impugna la sentenza del Tribunale amministrativo al Consiglio di Stato che nel 2006 gli dà ragione. I giudici di secondo grado stabiliscono che va ricalcolata la cubatura. L'allora assessore all'urbanistica Silvano Bassetti rilascia la variante e il passaggio tra corso Libertà e via Virgilio viene chiuso, diventando parte del negozio.
Alla fine del 2008 scatta la richiesta di risarcimento danni per il mancato incasso di parte del canone d’affitto: circa 100 mila euro l'anno, che moltiplicati per 12 anni (il contratto è del ’95), fanno un milione e 200 mila euro.
Comune e Provincia rispondono picche e arriva il nuovo ricorso al Tar, che i giudici respingono. Di qui l’impugnazione al Consiglio di Stato che, l’altro giorno, ha riconosciuto il diritto dell’imprenditore ad essere risarcito per il mancato incasso. Il conto è salato: Comune e Provincia dovranno pagare circa 800 mila euro ciascuno.
«Non entro ovviamente nel merito della vicenda che non conosco - commenta il sindaco Renzo Caramaschi - certo è che quello che colpisce ancora una volta sono i tempi della giustizia: non è possibile che ci vogliano 20 anni per chiudere un contenzioso. Questo fa sì che sia i privati che le pubbliche amministrazioni vivano in una perenne situazioni di incertezza».


