BOLZANO. L'autonomia deve preoccuparsi, professoressa? «Deve preoccuparsi di contribuire al risanamento del Paese, questo sì. Ma quando funziona, perchè la vostra funziona, diventa uno straordinario arricchimento della democrazia. Fossero tutte così...».
Poi Elsa Fornero, a Bolzano per il "Dies academicus", invitata a tenere una conferenza dal suo ex allievo Federico Boffa ora docente di economia alla Lub, viene travolta dai saluti di Oskar Peterlini . Che le ricorda i vecchi tempi del governo Monti: «Come va, meglio adesso no...?». Sì, meglio adesso per la ministra più presa in mezzo della storia repubblicana. «È stato un incubo. Tutti a darmi addosso. E poi l'amarezza per aver toccato con mano il cinismo della politica. Quando ho firmato la riforma delle pensioni i partiti mi dicevano: giusto, è l'unica strada, brava. Un'ora dopo mi hanno lasciata sola».
Se ne è fatta una ragione? «Ero il capro espiatorio ideale. Donna, senza un sindacato alle spalle, senza un partito. Facile, no?». E poi la consapevolezza di aver toccato non solo le tasche degli italiani ma anche il loro stile di vita. Un calvario. Con quel crollo emotivo in televisione, le lacrime davanti a milioni di telespettatori. Adesso è tornata a insegnare. A Torino, casa sua, macroeconomia e economia del risparmio. A Bolzano ha stretto la mano a Durni, al rettore, a tutte le autorità. Poi, nel pomeriggio, una lezione su «Lavoro e pensioni nel ciclo di vita» .
Rifarebbe tutto?
«La metterei così: allora era tutto inevitabile. Provate a ricordare cosa stava accadendo in quei mesi. L'Italia era sul bordo del burrone. Ma è sempre facile dimenticare le emergenze, quando le emergenze sono passate».
Quella riforma ha avuto un senso?
«Ci ha rimesso in carreggiata. Adesso il ministro Padoan può andare a Bruxelles ed entrare dalla porta principale perché i conti sono a posto. E anche Renzi può imporre le politiche di crescita e non subire più quelle del rigore semplicemente perchè la nostra previdenza è a regime».
Si potevano prevedere dei correttivi, almeno in termini di ricadute sociali?
«Certamente. Si poteva avviare un percorso di maggiore condivisione».
E perchè non è stato fatto?
«Tutti i partiti si sono sfilati. Io avevo fatto il lavoro che andava fatto ma subito dopo la politica ha creduto bene di non stare sul punto ma di cercare un colpevole. Alle proteste non ha reagito spiegando le ragioni di una scelta economica inevitabile ma stendendo intorno alla mia persona un cordone sanitario».
Del tipo?
«Nessun invito a conferenze, pochissimo in televisione, nessuna possibilità di far transitare dei concetti. Ma solo slogan».
Cosa si sarebbe dovuto dire?
«Che non è possibile far passare la vulgata che prima si esce dal mondo del lavoro, prima si farà spazio ai giovani. Non è andando in pensione a 50 anni che si da una regolata al meccanismo. E adesso mi dicono: per fortuna che l'Inps è stata messa in linea di galleggiamento...».
Cosa resta da fare?
«Concludere il lavoro. Il senso della mia riforma è stato quello di stendere un patto tra generazioni. Non arricchire solo quelle di oggi per impoverire quelle di domani. Ma pensioni e lavoro vanno di pari passo. E Renzi con il Jobs act ha fatto un altro passo».
E l'autonomia, funziona?
«Quando funziona è un grande motore di democrazia. Ma servono buona amministrazione e partecipazione al risanamento perchè lo Stato cammina tutto insieme e poi interazione. Penso al rapporto Nord-Sud. L'autonomia deve essere generosa».
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