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BOLZANO. Il denaro che deve riprodurre se stesso, l’uomo che ancora pensa di essere al centro di tutto e consuma la terra, i giovani che sono un serbatoio di energia sprecata, i vecchi avvitati al potere, la democrazia che è ancora una costruzione imperfetta, «figuriamoci se possiamo esportarla». Il filosofo Umberto Galimberti ieri mattina al teatro Cristallo ha raccontato le sue idee, la sua indignazione, le sue provocazioni, le speranze, «forse c’è una luce là in fondo». A conversare con Galimberti sul palco, il direttore Alberto Faustini. La domanda di avvio, «come sta il mondo?». La risposta, «non bene». Parla molto di natura, Galimberti, e del cristianesimo che «ha impostato l’uomo come fine e la natura come mezzo». La natura è diventata talmente «materia prima», che siamo arrivati al conto alla rovescia: «L’aria pulita e l’acqua bevibile oggi sono un mezzo o un fine? Abbandoniamo l’antropologia con l’uomo al centro, perché ci stiamo togliendo la terra da sotto i piedi». La risposta si chiama «decrescita», suggerisce Galimberti, anche come atto di libertà. «Il denaro è diventato l’unico valore simbolico, tra l’altro sganciato dalla produzione. È il denaro, non più la politica, il luogo della decisione». Il denaro deve riprodurre se stesso e si avvale di soldati fedeli. «Moda e pubblicità sono due macchine pericolose», sottolinea Galimberti, «che ti inducono bisogni sempre nuovi».
Il pubblico lo conosce e applaude. Tra il cristianesimo e la filosofia greca Galimberti non ha esitazioni. Anche perché i greci ci parlano ancora e non ascoltiamo. «L’Italia non ha senso dello Stato, perché siamo stati sempre preda di invasori. Lo Stato per noi è il nemico. E così, non siamo ancora diventati cittadini. Siamo rimasti parenti. I greci, no. I greci lo avevano capito già nel V secolo avanti Cristo. La tragedia di Antigone, che trasgredisce le regole della città per dare sepoltura al fratello è questo: il conflitto tra la legge del sangue e la legge della città». Con il cristianesimo comunque bisogna fare i conti inevitabilmente. «Delle tre religioni monoteiste, è l’unica che ha messo in circolazione l’amore». Come Papa Bergoglio, che «sta portando avanti una operazione straordinaria, di cui pochi si sono accorti, distinguere dottrina e disciplina, tenere fermi i principi e confrontarsi con le persone». Sferzante Galimberti su una società che condanna i giovani alla panchina: «Non gli abbiamo dato il futuro. Dovrebbero prenderselo e anche con una certa forza. Una volta a 60 anni si moriva. Adesso la medicina che ci tiene in vita assegna il potere ai nonni». Non sono nemmeno i padri da scalzare, ma i nonni. E così una civiltà si prosciuga. «Tra i 15 e i 30 anni c’è il massimo della potenzialità biologica, sessuale e creativa. Ma noi la congeliamo. Usiamoli questi giovani». Gli ottantenni attaccati al potere, i genitori deboli nella grammatica dell’educazione. «Le parole lasciano il segno fino ai 12 anni, poi funziona solo l’esempio».
La sfida per la libertà torna anche nel parlare di sentimenti. Galimberti pensa ancora ai ragazzi: «Si cerca di modularne i sentimenti. Certe trasmissioni insegnano ai giovani come devono corteggiare, come devono vivere la rabbia e il dolore, ma così gli tiri fuori tutto e dentro non resta nulla, nemmeno il senso del proprio pudore». Galimberti ricorda che si suicida uno studente al giorno. Contabilità atroce. «I ragazzi devo imparare sentimenti come l’angoscia, la rabbia, la paura. Se non li conosci, non puoi maneggiarli, quando arrivano». Una puntata sulla politica. Cosa pensa di Renzi, chiede Faustini? «Alle primarie ho votato prima Bersani, poi Renzi. Se destra e sinistra esistono ormai solo a livello nominale, perché il luogo della decisione è l’economia, allora si deve creare movimento. Mi dà fastidio che lo attacchino, perché prima di lui la politica è stata lenta non in modo innocente ma perché mediava tra gli interessi».
La risata finale, con massimo gusto, è dedicata all’amore. «Li ascolti i discorsi degli innamorati?», chiede Galimberti, «sono un delirio. Bello però, finché dura».
L’ultima dedica è per libri e giornali: «Leggiamo. La mente va riempita, non svuotata».


