BOLZANO. A un certo punto della sua vita, Giulio Altobelli ha smesso di parlare. Era il 2008. Giulio aveva appena perso il lavoro alla Speedline (azienda che produceva cerchioni per camion e auto), che nel 2005 aveva 440 operai e nel 2008 mandava in mobilità i suoi ultimi pochi lavoratori. «La testa mi scoppiava», racconta ora. La sconfitta nella battaglia, la delusione per l’assenza di solidarietà operaia, la rabbia verso i sindacati (di cui aveva fatto parte anche lui) pesavano come macigni. Ma c’era anche dell’altro. La preoccupazione per il futuro e la paura nel doversi rimettere in gioco a 53 anni: «Devi mostrarti alla gente senza fare emergere le tue sfighe, non devi fare la vittima, non devi piangerti addosso, devi nascondere la rabbia. Era durissima». Senza la sua famiglia, aggiunge, non ce l’avrebbe fatta: «Mia moglie Antonella e mia figlia Anna sono state fantastiche. Doveva essere insopportabile avere a casa in quei mesi un uomo che non parlava più. Senza di loro forse sarei tornato dove sono nato, a Castel di Sangro. Oppure sarei finito nei bar. È andata diversamente».

La svolta. Dopo una vita da operaio, a 57 anni oggi Giulio vive una seconda vita. È operatore socio-sanitario alla casa di riposo Don Bosco. Un mestiere, racconta, che gli sta procurando enormi soddisfazioni: «Lavorare a contatto con gli anziani è molto bello. Anche stare a contatto con la malattia può arricchirti enormemente. Certo è un impegno duro. Quando al corso ci parlavano di “burnout” (esaurimento sul lavoro, ndr) io rispondevo: provate ad andare in fabbrica a vedere cos’è la vera stanchezza. Ma non è vero, anche in casa di riposo ci si stressa molto. Però si hanno molte più gioie».

La storia. Il «corso» è stata la chiave di volta per Giulio Altobelli. Ma ci arriveremo. Per ora conviene fare un salto indietro di qualche anno. Giulio nasce in provincia dell’Aquila nel 1955. Arriva a Bolzano da militare, qui conosce la donna che diventerà sua moglie e ci resta a vivere. Nel 1978 entra nell’allora Aluminia. Dopo una decina d’anni l’azienda inizia la ristrutturazione, passa il testimone alla Speedline e Giulio entra nella nuova azienda fin dal primo giorno di attività bolzanina . Lavora in diversi settori: carrellista, tornitura, fonderia. Nel frattempo c’è da creare le Rsu di fabbrica e Altobelli vi entra per la Fim/Cisl.

La crisi. Negli anni Duemila arriva il terremoto. La Speedline, la cui casa madre fino ad allora è a Padova, passa all’americana Amcast, che però poco dopo la rivende all’imprenditore bergamasco Michele Mazzucconi. L’atteso rilancio non arriva, anzi Mazzucconi vende terreni e capannoni al gruppo Podini. È l’inizio dell’agonia. Dal 2006 in avanti si susseguono vertenze, scioperi, tavoli tecnici. Una partita a scacchi il cui esito è segnato: la Speedline chiuderà, resta solo da stabilire quando. Accadrà nel 2008.

La rabbia. Ritornando a quegli eventi, Altobelli si riscalda: «Non è stato fatto abbastanza per tenere l’azienda in vita - dice -. Riducendo il personale a 80-90 operai e concentrandoci sui camion saremmo potuti restare sul mercato. Ma attorno ci avevano fatto terra bruciata. Alla politica non interessavamo perché la maggior parte di noi erano stranieri. I sindacati passavano il tempo a litigare tra loro senza credere veramente nella possibile salvezza. Bisognava lottare e nessuno lo ha fatto, tranne pochi di noi dentro. Un giorno siamo andati da Durnwalder e lui ci ha detto: “Adesso venite?”. In quel momento capii che la partita era chiusa». Tra l’altro, aggiunge, «si è buttata una grande esperienza interetnica. Da noi c’erano 23 etnie e nonostante le incomprensioni linguistiche, le abitudini diverse, anche i litigi, nonostante tutto eravamo uniti». Uniti, ma solo dentro la fabbrica: «Quei mesi furono terribili a livello psicologico, oggi sono tranquillo, la Speedline per me è morta. Ma è morta anche la classe operaia, e lo dico da comunista ferito. Per 30 giorni abbiamo fatto un gazebo davanti alla Speedline e nessuna Rsu delle altre aziende venne a darci solidarietà. Lo fece solo qualche collega sindacalista in forma privata. Negli anni Settanta faceva paura la solidarietà operaia, oggi è sparita. Io dicevo: guardate che se chiude la Speedline i posti di lavoro persi non saranno ricreati. I lavoratori saranno assorbiti altrove, ma non nasceranno nuovi posti. Così è stato, e così sarà se dovessero chiudere le Acciaierie o la Sapa. L’ultimo a creare posti di lavoro è stato Sfondrini quando cercò un partner per la Aluminia in crisi. Poi basta».

I corsi. Ma la storia di Giulio Altobelli è a lieto fine. Nel 2008, dopo la crisi, inizia a frequentare corsi di riqualificazione alle scuole professionali Einaudi. Prima uno di informatica sui sistemi open-source, poi - su suggerimento di alcuni ex colleghi - uno per diventare operatore socio-sanitario. «Alla mia età la memoria è un problema, dovevo svegliarmi alle 5 per ripetere le lezioni», racconta oggi. Ma la caparbietà ha la meglio. Termina il corso con successo nel 2010, supera anche l’esame per il patentino D, e un mese dopo già lavora in casa di riposo. Tra tre anni e mezzo potrà andare in pensione. «Tra i miei ex colleghi c’è chi ha fatto lo stesso percorso - racconta -, altri sono in altre aziende. Il problema è la riqualificazione degli operai extracomunitari, per loro è molto più difficile. Ma se mi guardo indietro sono contento della mia scelta».

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