BOLZANO. La trentesima edizione dell'Alto Adige Jazz Festival si chiude mettendo in archivio un cartellone molto ricco sotto l'aspetto numerico, con musica portata in tutti i luoghi della provincia. Una giornata memorabile - l’ultima - che ha dato il sigillo in modo effervescente al trentennale della rassegna, iniziando con i numerosi concerti in altura, dalla Badia a Merano 2000 al Sassolungo, tra i quali si è distinto quello al Rifugio Comici, con Paolo Angeli, la sua eccentrica chitarra da lui stesso progettata, e la Piccola Orchestra Gagarin intenta a seguire percorsi insoliti e rapsodici, largamente improvvisati, tra il folklore sardo, la musica russa e i colori catalani, per giungere al gran finale con la Minafric Orchestra.

Alcune proposte sono state di livello davvero alto, come quella del duo di Louis Sclavis e Francesco Bearzatti, altre hanno portato a Bolzano artisti già parzialmente affermati, ma meritevoli di maggiore esposizione, come Matthias Schriefl e Angelika Niescier, altri hanno dato spazio ad alcuni americani di ottima reputazione, che però nel complesso hanno deluso.

Tiriamo un primo bilancio, a bocce ferme ma ancora a caldo, con il direttore artistico Klaus Widmann, infaticabile motore della rassegna. E vogliamo subito cominciare con un problema che viene sottolineato da più parti: i gruppi coinvolti sono troppi? Questo non pregiudica le proposte del festival, che si disperdono in tanti rivoli, non permettendo a chi lo vorrebbe di ascoltare tutto ciò che gli interessa? Non sarebbe meglio far ruotare su più località gli stessi gruppi? «Capisco e condivido queste considerazioni - esordisce Widmann - ma in una rassegna come questa, che vuole coinvolgere in modo capillare il territorio e le sue realtà socio-economiche, ci sono tanti fattori che entrano in relazione. Il festival ha fatto grandi passi avanti, ma dovrò lavorare di più, cercando di avere meno vincoli, di valorizzare i musicisti portandoli nei luoghi più adatti ai singoli progetti. Quando scopro che qualche concerto non ha ricevuto la giusta platea, mi riprometto di portarlo nuovamente al festival, in una delle prossime edizioni».

Quali sono le cose da modificare, dal suo punto di vista?

«Quest'anno gli artisti americani portati alla rassegna sono stati bravi, ma non hanno del tutto entusiasmato. Penso quindi che nei prossimi anni rinuncerò ancora di più alle cose preconfezionate, anche se con nomi di riguardo, e darò voce alla progettualità. A questo proposito, ho intenzione di recarmi a New York, per scoprire davvero qualcosa di nuovo in quella scena ricchissima».

Ma da quanto è emerso quest'anno, ci sono ancora grandi potenzialità sulla scena europea...

«Certamente, e in questo senso il festival sta già lavorando bene: mettere in contatto il Nord e il Sud d'Europa, proponendo incontri e progetti speciali rappresenta una delle carte vincenti».

Come quella di quest'anno con Angelika Niescier?

«Sulla scena italiana la Niescier era sconosciuta. Tra i nostri intenti c'è proprio quello di dare visibilità a questi artisti, di stimolare i progetti, di fare incontrare musicisti italiani ed europei, di favorire lo scambio. Lo abbiamo fatto gli scorsi anni con Matthias Schriefl e Pascal Schumacher, lo abbiamo riproposto quest'anno con il progetto speciale, commissionato dal festival, alla Niescier. Ne è scaturito un bellissimo concerto in trio con Simone Zanchini e Stefano Senni. Una cosa di cui vado davvero fiero. Un'esperienza che è fonte di curiosità e soddisfazione, che andrà continuata».

Quali le altre cose su cui puntare, nelle prossime edizioni?

«La collaborazione con il Museion è una cosa fantastica, con potenzialità ancora da sviluppare. I concerti nella struttura espositiva, dentro e fuori, stimolano scambi e curiosità da parte del pubblico. Quest’anno durante i concerti ci sono state visite record anche alle mostre: una grande occasione per la crescita del pubblico interessato a tutte le discipline artistiche».

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