BOLZANO. «Guardi, quando mi hanno detto che avevo vinto, non ci volevo credere. E invece la fortunata ero proprio io, che non avevo mai vinto niente in vita mia. Il premio del concorso “Leal” era nientemeno che una la-va-tri-ce». Lina Bordignon Berton oggi ha 86 anni e abita in via Milano. Quel giorno speciale, che ha cambiato la sua vita di casalinga, lo ha voluto immortalare e ne conserva la foto in bianco e nero. È stata scattata nel 1972 nel reparto ferramenta e piccoli casalinghi della Upim: al centro c’è la lavatrice marca “Castor”, a fianco la signora Lina, sorridente, con un elegante caschetto castano, camicetta a righe, gonna scura, tra il direttore del magazzino e le due commesse.

Sono passati 42 anni da allora, ma ricorda tutto come se fosse ieri: «Perché - dice - quella lavatrice mi ha rivoluzionato la vita».

Era l’inizio degli anni Settanta, sul mercato cominciavano ad arrivare le prime “comodità”. Ma pochi se le potevano permettere.

«Mio marito - racconta la signora - lavorava alla Lancia e avevamo tre figli piccoli da crescere: di soldi in casa ne giravano pochi. Andando alla Upim - più nel magazzino di via Vicenza che in quello di via della Posta - avevo adocchiato le prime lavatrici. Ma costava troppo, non potevamo permettercela. Era un sogno destinato a restare tale».

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In casa Bordignon-Pedron, come in tante altre famiglie bolzanine, si lavava tutto a mano. «Eravamo in cinque: io, mio marito, tre figli, due maschi e una femmina. Che significa una montagna di tute da lavoro, pantaloni, maglie, camice da lavare ogni santo giorno. Si metteva tutto nella vasca da bagno, si lasciava in ammollo qualche ora, poi si lavava, si sciacquava e si strizzava il più forte possibile per evitare che, soprattutto in inverno, ci volessero giorni per asciugare la roba».

Poi c’era stato quel concorso della “Leal”. «Comprando il detersivo si poteva partecipare al concorso che, come primo premio, aveva una lavatrice. Ho provato, senza per altro crederci: non avendo mai vinto niente, mi dicevo che non avevo nessuna possibilità di portarmi a casa quel gioiellino».

E invece la signora Lina quella volta era stata fortunata e un giorno, dopo la premiazione ufficiale all’Upim, si era vista arrivare a casa la macchina che finalmente le avrebbe evitato di spezzarsi la schiena.

«Me l’hanno consegnata e mi hanno insegnato ad usarla. Ho imparato in un attimo. Lo so che a sentirlo dire oggi può sembrare incredibile, ma per me quell’elettrodomestico era come una manna. Mi ricordo ancora che per farcela stare in bagno avevamo spostato un mobiletto e l’avevamo messa sotto la finestra. Le mie amiche mi invidiavano. La “Castor” è durata vent’anni. L’ho cambiata solo perché alla fine costava più ripararla che comprarne una nuova».

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Quella della signora Lina è una piccola storia che però racconta i sogni e le speranze della società degli anni Sessanta-Settanta in piena crescita.

L’Upim di via della Posta, con la merce distribuita su tre piani raggiungibili con la scala mobile, è stata un po’ il simbolo del boom.

Un contesto economico-sociale opposto a quello che si sta vivendo oggi, tanto che il 20 settembre il magazzino di via della Posta chiuderà i battenti, perché l’affitto è troppo elevato, per un giro d’affari che non è più quello degli anni della lavatrice della signora Lina.

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