BOLZANO. Mercoledì 21 novembre alle ore 18 all’Upad (via Forenze 51) si terrà l’incontro conclusivo di una rassegna sui cento anni dalla fine della Prima guerra mondiale. Ospite speciale il professor Mario Isnenghi, storico di fama internazionale, saggista e docente universitario.
Prof. Isnenghi, spesso l’importanza della storia viene sottovalutata dagli studenti durante il periodo scolastico. Perché è utile conoscere il passato?
Non so se sia “utile”, ma deve riuscire interessante. Può darsi, anzi è probabile che sia oggi più difficoltoso contrastare il ‘presentismo’ e coinvolgere in una rivisitazione del passato: quale, intanto? Un passato non vale l’altro, la connessione va stabilita ogni volta, e o si dà o non si dà. Certo, se i primi a non dare peso alla storia e alla storiografia sono coloro che definiscono tempi e gerarchie o svolgono i programmi, è ingiusto poi prendersela con la sordità degli studenti.
L’ingresso dell’Italia nel conflitto è stato inevitabile? Ritiene che oggi dinamiche simili potrebbero riproporsi?
Combattere, non combattere, con chi, contro chi, per che cosa… Ci hanno pensato per 10 mesi, nessun popolo ha conosciuto un dibattito tanto prolungato e differenziato. Eppure i “no” e i “sì”, il senso e il non-senso si intrecciano e si bilanciano. Allora, nel 1914-18. Adesso ce la raccontiamo diversa, sembra che tutti la sentissero come una assurda e ‘inutile strage’. Sovrapponiamo il nostro oggi al loro , il W la pace al W la guerra, che era una delle opzioni in campo. Toccherebbe alla storiografia ricercare come fu, cosa si pensava davvero. Ma naturalmente anche lo storico pone le domande e dà delle risposte senza poter districarsi del tutto dal suo presente. La guerra non è mai scomparsa dall’orizzonte del possibile. Militare, economica, ideologica, fino alla crociata, ognuno la sua , beninteso, mussulmana o liberista, o quel che è. Quando la misura è colma, le legittimazioni si trovano.
A Bolzano il dibattito sui monumenti dedicati al conflitto, costruiti nel Ventennio fascista, è sempre acceso.
Questi strappi o si fanno subito o non si fanno più: leoni di San Marco, fasci, busti, epigrafi, buttarli giù fa parte della lotta politica, è rivendicazione e didattica dell’immaginario, esprime rottura e cambio di paradigma. Ma questo si può e persino ‘si deve’ fare al momento giusto, a caldo, non a freddo, “durante” e non dopo. Dopo ridiventano monumenti, belli o brutti che siano, comunque segni dei tempi, e vanno tutelati come tali.
In che modo la Grande Guerra ha creato le circostanze per la nascita del Fascismo?
Tematiche troppo vaste, non ce la sbrighiamo così. La prima guerra mondiale ha un lascito drammatico e differenziato, non solo da territorio a territorio, ma all’interno di ogni popolo e paese e persino forza politica. Senza automatismi, senza esiti scontati né soluzioni obbligate, né di sinistra né di destra. Il primo dopoguerra è un drammatico e creativo crocevia di opzioni potenziali. (ad)
©RIPRODUZIONE RISERVATA.
Prof. Isnenghi, spesso l’importanza della storia viene sottovalutata dagli studenti durante il periodo scolastico. Perché è utile conoscere il passato?
Non so se sia “utile”, ma deve riuscire interessante. Può darsi, anzi è probabile che sia oggi più difficoltoso contrastare il ‘presentismo’ e coinvolgere in una rivisitazione del passato: quale, intanto? Un passato non vale l’altro, la connessione va stabilita ogni volta, e o si dà o non si dà. Certo, se i primi a non dare peso alla storia e alla storiografia sono coloro che definiscono tempi e gerarchie o svolgono i programmi, è ingiusto poi prendersela con la sordità degli studenti.
L’ingresso dell’Italia nel conflitto è stato inevitabile? Ritiene che oggi dinamiche simili potrebbero riproporsi?
Combattere, non combattere, con chi, contro chi, per che cosa… Ci hanno pensato per 10 mesi, nessun popolo ha conosciuto un dibattito tanto prolungato e differenziato. Eppure i “no” e i “sì”, il senso e il non-senso si intrecciano e si bilanciano. Allora, nel 1914-18. Adesso ce la raccontiamo diversa, sembra che tutti la sentissero come una assurda e ‘inutile strage’. Sovrapponiamo il nostro oggi al loro , il W la pace al W la guerra, che era una delle opzioni in campo. Toccherebbe alla storiografia ricercare come fu, cosa si pensava davvero. Ma naturalmente anche lo storico pone le domande e dà delle risposte senza poter districarsi del tutto dal suo presente. La guerra non è mai scomparsa dall’orizzonte del possibile. Militare, economica, ideologica, fino alla crociata, ognuno la sua , beninteso, mussulmana o liberista, o quel che è. Quando la misura è colma, le legittimazioni si trovano.
A Bolzano il dibattito sui monumenti dedicati al conflitto, costruiti nel Ventennio fascista, è sempre acceso.
Questi strappi o si fanno subito o non si fanno più: leoni di San Marco, fasci, busti, epigrafi, buttarli giù fa parte della lotta politica, è rivendicazione e didattica dell’immaginario, esprime rottura e cambio di paradigma. Ma questo si può e persino ‘si deve’ fare al momento giusto, a caldo, non a freddo, “durante” e non dopo. Dopo ridiventano monumenti, belli o brutti che siano, comunque segni dei tempi, e vanno tutelati come tali.
In che modo la Grande Guerra ha creato le circostanze per la nascita del Fascismo?
Tematiche troppo vaste, non ce la sbrighiamo così. La prima guerra mondiale ha un lascito drammatico e differenziato, non solo da territorio a territorio, ma all’interno di ogni popolo e paese e persino forza politica. Senza automatismi, senza esiti scontati né soluzioni obbligate, né di sinistra né di destra. Il primo dopoguerra è un drammatico e creativo crocevia di opzioni potenziali. (ad)
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