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BOLZANO. Domenica 5 novembre sotto una pioggia fine, viene “accesa” la scritta di Hanna Arendt in piazza Tribunale tra molti applausi e (poche) contestazioni. Una cerimonia sobria e suggestiva, senza discorsi ufficiali, presenti circa 300 persone. Ad accompagnarla l'Orchestra Haydn con l'"Adagio for strings" di Samuel Barber e quattro ragazzi che hanno letto in italiano, tedesco, ladino e inglese passaggi di Franz Thaler, Primo Levi e a Hannah Arendt. Illuminando il duce a cavallo (l’installazione è degli artisti gardenesi Arnold Holzknecht e Michele Bernardi, ndr) , sul frontone del palazzo di fronte al tribunale, Bolzano ha terminato un percorso iniziato con il suo monumento. Che è questo: in tutti e due i casi sono stati chiusi i conti con una storia complicata (il fascismo, il nazismo) e divisa (italiani e tedeschi che ne posseggono ricordi spesso opposti) ma senza distruggere o rimuovere le sue testimonianze: è rimasto il monumento della Vittoria, musealizzato, ed è rimasto il bassorilievo di Piffrader, illuminato. Una sorta di via bolzanina alla riconciliazione urbanistica. Ma questa volta la città e le sue "minoranze" hanno dovuto confrontarsi anche con una scritta («Nessuno ha il diritto di obbedire») che racchiudeva un'idea (di Hannah Arendt): che cioè dire sì al potere non è sempre obbligatorio se si tratta di una dittatura al potere. Non tutti l'hanno capita, molti l'hanno condivisa, altri respinta come un sotteso invito a non rispettare le leggi (magari quelle lette in tribunale, che è di fronte). Ma rispetto alle vicende che hanno accompagnato la musealizzazione del Monumento alla Vittoria, per il duce a cavallo è avvenuto un salto di qualità: la contemporaneità artistica dell'intervento (la luce, le lettere, il concetto) hanno costretto un po' tutti, favorevoli o contrari, a fermarsi un attimo a pensare e poi magari anche a discutere.
Insomma, la scritta non è stata un "fatto compiuto" (come il museo) ma l'innesco di un percorso di riflessione. Come ogni tipo di arte concettuale, ci si è scontrati con la sua interpretazione. Insomma in Piazza tribunale, la storia non si è congelata ma ha ripreso a camminare e a far riflettere sulle parole che la raccontano. (p.ca.)
Insomma, la scritta non è stata un "fatto compiuto" (come il museo) ma l'innesco di un percorso di riflessione. Come ogni tipo di arte concettuale, ci si è scontrati con la sua interpretazione. Insomma in Piazza tribunale, la storia non si è congelata ma ha ripreso a camminare e a far riflettere sulle parole che la raccontano. (p.ca.)


