BOLZANO. «Non perdono, non perdonerò mai. Ho incontrato per caso al mercato l'assassino di mio figlio. Non si è pentito». Sono trascorsi 20 anni dalla tragica notte tra l'8 ed il 9 dicembre 1991. Erano le 2.30 quando in via Maso della Pieve a casa di Giuseppe Petrocitto, all'epoca tecnico telefonico, si presentò un poliziotto invitandolo a seguirlo sino all'ospedale. «Mi raccontò che mio figlio Sergio aveva avuto un incidente. In realtà l'avevano ucciso con un colpo sparatogli a bruciapelo in testa, in via Roma».

Giuseppe Petrocitto, oggi pensionato settantenne, ricorda ancora nitidamente quei minuti di vera disperazione. «Quando arrivai in ospedale me lo fecero vedere adagiato in una bara. Solo lì mi spiegarono che era stato ucciso e che il suo assassino era scappato». Per Giuseppe Petrocitto l'orologio della vita si fermò in quel momento. A 20 anni di distanza il dolore si è lenito solo parzialmente anche perchè ancora oggi Giuseppe vive con la sensazione, sempre opprimente, di essere stato anche tradito dalla giustizia.

«Oggi posso solo dire che non perdonerò mai l'assassino di mio figlio - ribadisce - Nicola Belmonte tornò in libertà dopo appena nove anni di reclusione, anzi sette e mezzo perchè per gli ultimi 18 mesi riuscì ad ottenere la semilibertà. Una sentenza scandalosa». Nove anni di carcere per una vita spezzata nel corso di una notte di vera e propria follìa da onnipotenza, a conclusione di una sorta di sfida stradale fatta di ripicche e controripicche. All'epoca l'assassino, Nicola Belmonte (che rimase latitante per quasi due mesi protetto da ambienti vicini alla malavita del Sud), aveva nel sangue l'arroganza da piccolo boss. Tre mesi prima della tragedia aveva minacciato altre due persone vantandosi di avere una pistola in macchina e di aver già conosciuto la galera poco più che ventenne. Oggi, a vent'anni di distanza, il dolore provocato da quel delirio si fa ancora sentire.

«Nicola Belmonte non mi ha mai chiesto perdono - racconta Giuseppe Petrocitto - qualche tempo fa l'ho incontrato con i genitori al mercato del sabato di piazza Vittoria. Ha cercato addirittura di venire a spiegarmi che quella notte fu colpa di mio figlio e che quella notte lui aveva le sue ragioni per fuggire...In realtà mio figlio e Nicola non si conoscevano nemmeno». Vent'anni dopo, Sergio Petrocitto continua a vivere accanto al papà grazie ai ricordi e ai ritratti appesi in casa. Immagini che ogni giorno sono lì anche a ricordare di come la giustizia degli uomini spesso possa risultare imperfetta. «Nicola Belmonte ha pagato molto poco per quello che ha fatto - ribadisce Giuseppe - non è stato certo l'unico caso in Italia. Nel nostro Paese ci sono pene inadeguate per l'omicidio. Anche questo fa male».

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