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BOLZANO. Cinque minuti di follia. «Ho perso la testa per i debiti e la malattia del gioco. Ho rischiato di perdere tutto: la libertà, mia moglie, mio figlio». Il 29 agosto del 2011 Cosimo Focarazzo, operaio - fino a quel momento - irreprensibile di piazza Matteotti, entra nella sala giochi Admiral di via Torino con un coltello e si fa consegnare ottomila euro dalla cassiera. Una rapina maldestra: le telecamere hanno ripreso tutto.
Si è camuffato male. Viene riconosciuto dal personale: è un cliente fisso dell'Admiral. Poche ore dopo viene arrestato dalla polizia. Ha deciso di raccontare la sua storia all'Alto Adige alla luce dell'allarme sociale provocato dalla rapina dell'altro giorno all'Admiral di Oltrisarco. «Sono diventato un delinquente per colpa delle slot», dice.
Oggi è in libertà vigilata. Il suo è un caso che fa giurisprudenza: il giudice gli ha riconosciuto come attenuante la dipendenza dal gioco d'azzardo. L'aspetto più shockante della storia di Cosimo Focarazzo è proprio questo: una persona per bene, che smette di esserlo pr una manciata di minuti. Il tempo che ci vuole per indossare il passamontagna, impugnare un coltello, scendere di casa, attraversare la strada e rapinare la sala giochi di fronte.
Cinque minuti di pura follia dettata dalla disperazione: il pianto del figlio in una casa con la dispensa vuota, le tasche svuotate dai debiti, una moglie in lacrime. «Dove sono tutti i nostri risparmi?, mi chiedeva mia moglie. Io stavo zitto». I risparmi erano lì, dall'altra parte di via Torino, nella pancia di una slot-machine, e lui ha scelto il gesto insensato di andarseli a riprendere con la forza.
In quattro mesi si è giocato tutto, lui che non aveva mai buttato soldi. Una vita da lavoratore: diciott'anni di cantiere, arrivato a Bolzano dalla campagna pugliese nel 2001 con la speranza di farsi una vita e una famiglia. Trova l'amore e nasce un figlio, le cose vanno bene, il lavoro c'è, qualche soldo avanza per i momenti difficili. Tutto fila liscio fino all'inizio della scorsa estate. «Ero con un amico a prendere un caffè al bar - racconta il rapinatore redento, ancora incredulo di come sia potuto accadere - e cosi per passare due minuti ci siamo giocati il resto nella macchinetta».
Era la prima volta, nella sua testa un click innesca una progressione fulminante. «Dopo qualche giorno non si trattava più del resto, ma ci lasciavo dieci o venti euro». E ancora oltre. «Poi è diventata un'ossessione, uscivo di casa solo per andare a giocare alle slot-machines, facevo il giro delle sale della città, vedevo qualcuno che vinceva e dicevo questa è quella giusta». Tra giugno e agosto 2011 tutti i suoi risparmi si vaporizzano, inizia a fare debiti. «Mia moglie andava a fare la spesa e la sua carta veniva rifiutata, quando tornava a casa e mi faceva domande mi scoprivo a mentire, inventare scuse».
Fino al giorno in cui le menzogne non reggono più, e la verità è più dura di un macigno. «Ho perso il controllo, ero disperato, non sapevo come dare da mangiare a mio figlio, ho pensato che tutti i miei soldi erano lì, che dovevo andare a riprendermeli». Sulla porta, prima di entrare nella sala giochi, vacilla, vorrebbe tornare indietro ma è già troppo tardi. «Quella ragazza era terrorizzata, se la incontrassi oggi mi metterei a piangere e le chiederei scusa dal profondo del cuore». Racconta di averla presa per un polso, di non averle fatto male: «L'ho trascinata alla cassa e le ho detto di darmi tutti i soldi».
Dopo poco la polizia era già sotto casa sua. «Non mi rendevo conto di cosa era successo, quando hanno suonato alla porta non capivo cosa volessero». Per venirne fuori si è rivolto a uno psicoterapeuta. «Ora ho capito che era tutta un'illusione, il dottore mi ha spiegato qual è il meccanismo che si è mosso nella mia testa, abbiamo affrontato le ragioni profonde del mio problema fino ai traumi infantili».
Il suo caso è ormai storia per la legislazione italiana, come spiega il suo legale Nicola Nettis: per la prima volta la patologia del gioco è stata considerata un'attenuante generica. Ora è in libertà vigilata, ha ripreso a lavorare. «Di giocare non ne voglio nemmeno sentire parlare, se passo davanti a una sala tiro dritto. Sento la responsabilità della mia famiglia, se cedo per loro è finita».
Sua moglie gli è rimasta accanto: «Ora è lei che gestisce i soldi in casa, ho tolto la firma dal conto e lei mi da solo quei pochi euro di cui ho bisogno per le sigarette e l'autobus». Però si dice sereno e sta bene. «Voglio lanciare un appello ai giocatori, ne vedo talmente tanti in giro sull'orlo del baratro: lasciate perdere, non credete all'illusione, non fate il mio stesso errore. All'orizzonte c'è solo disperazione».
Si è camuffato male. Viene riconosciuto dal personale: è un cliente fisso dell'Admiral. Poche ore dopo viene arrestato dalla polizia. Ha deciso di raccontare la sua storia all'Alto Adige alla luce dell'allarme sociale provocato dalla rapina dell'altro giorno all'Admiral di Oltrisarco. «Sono diventato un delinquente per colpa delle slot», dice.
Oggi è in libertà vigilata. Il suo è un caso che fa giurisprudenza: il giudice gli ha riconosciuto come attenuante la dipendenza dal gioco d'azzardo. L'aspetto più shockante della storia di Cosimo Focarazzo è proprio questo: una persona per bene, che smette di esserlo pr una manciata di minuti. Il tempo che ci vuole per indossare il passamontagna, impugnare un coltello, scendere di casa, attraversare la strada e rapinare la sala giochi di fronte.
Cinque minuti di pura follia dettata dalla disperazione: il pianto del figlio in una casa con la dispensa vuota, le tasche svuotate dai debiti, una moglie in lacrime. «Dove sono tutti i nostri risparmi?, mi chiedeva mia moglie. Io stavo zitto». I risparmi erano lì, dall'altra parte di via Torino, nella pancia di una slot-machine, e lui ha scelto il gesto insensato di andarseli a riprendere con la forza.
In quattro mesi si è giocato tutto, lui che non aveva mai buttato soldi. Una vita da lavoratore: diciott'anni di cantiere, arrivato a Bolzano dalla campagna pugliese nel 2001 con la speranza di farsi una vita e una famiglia. Trova l'amore e nasce un figlio, le cose vanno bene, il lavoro c'è, qualche soldo avanza per i momenti difficili. Tutto fila liscio fino all'inizio della scorsa estate. «Ero con un amico a prendere un caffè al bar - racconta il rapinatore redento, ancora incredulo di come sia potuto accadere - e cosi per passare due minuti ci siamo giocati il resto nella macchinetta».
Era la prima volta, nella sua testa un click innesca una progressione fulminante. «Dopo qualche giorno non si trattava più del resto, ma ci lasciavo dieci o venti euro». E ancora oltre. «Poi è diventata un'ossessione, uscivo di casa solo per andare a giocare alle slot-machines, facevo il giro delle sale della città, vedevo qualcuno che vinceva e dicevo questa è quella giusta». Tra giugno e agosto 2011 tutti i suoi risparmi si vaporizzano, inizia a fare debiti. «Mia moglie andava a fare la spesa e la sua carta veniva rifiutata, quando tornava a casa e mi faceva domande mi scoprivo a mentire, inventare scuse».
Fino al giorno in cui le menzogne non reggono più, e la verità è più dura di un macigno. «Ho perso il controllo, ero disperato, non sapevo come dare da mangiare a mio figlio, ho pensato che tutti i miei soldi erano lì, che dovevo andare a riprendermeli». Sulla porta, prima di entrare nella sala giochi, vacilla, vorrebbe tornare indietro ma è già troppo tardi. «Quella ragazza era terrorizzata, se la incontrassi oggi mi metterei a piangere e le chiederei scusa dal profondo del cuore». Racconta di averla presa per un polso, di non averle fatto male: «L'ho trascinata alla cassa e le ho detto di darmi tutti i soldi».
Dopo poco la polizia era già sotto casa sua. «Non mi rendevo conto di cosa era successo, quando hanno suonato alla porta non capivo cosa volessero». Per venirne fuori si è rivolto a uno psicoterapeuta. «Ora ho capito che era tutta un'illusione, il dottore mi ha spiegato qual è il meccanismo che si è mosso nella mia testa, abbiamo affrontato le ragioni profonde del mio problema fino ai traumi infantili».
Il suo caso è ormai storia per la legislazione italiana, come spiega il suo legale Nicola Nettis: per la prima volta la patologia del gioco è stata considerata un'attenuante generica. Ora è in libertà vigilata, ha ripreso a lavorare. «Di giocare non ne voglio nemmeno sentire parlare, se passo davanti a una sala tiro dritto. Sento la responsabilità della mia famiglia, se cedo per loro è finita».
Sua moglie gli è rimasta accanto: «Ora è lei che gestisce i soldi in casa, ho tolto la firma dal conto e lei mi da solo quei pochi euro di cui ho bisogno per le sigarette e l'autobus». Però si dice sereno e sta bene. «Voglio lanciare un appello ai giocatori, ne vedo talmente tanti in giro sull'orlo del baratro: lasciate perdere, non credete all'illusione, non fate il mio stesso errore. All'orizzonte c'è solo disperazione».


