BOLZANO. Quale realtà può sorvolare dando il meglio di sé il sogno cooperativo oggi? Una realtà d'alta montagna, in un disegno consortile contadino o invece tra le nuove emergenze urbane, in mezzo a città percorse dall'incertezza, dentro ai disagi liquidi del lavoro giovanile precario? Ecco il senso dei settant’anni di "CooperDolomiti".

«Abbiamo 250 coop associate, 15mila soci e possiamo dire di aver percorso questi decenni con la consapevolezza di avere concorso al bene della comunità,» ha detto Andrea Grata, ieri, nel salone d'onore della Camera di Commercio. Ma non è stato un compleanno con gli occhi rivolti all'indietro, alle reti tessute finora, alle piattaforme di condivisione costruite dopo il distacco dalla “troppo lontana” Confcoop nazionale in nome di una autonomia mai doma e della evidente specificità territoriale. Perché il ruolo del mondo mutualistico deve oggi mostrare una inedita flessibilità, ridisegnarsi le cornici di intervento, provare a raccogliere sfide fino a ieri neppure immaginabili. Come le nuove emergenze urbane, appunto. Dove è la città, le comunità poco aggregate, i quartieri, il lavoro che muta e si parcellizza a costituire la nuova trincea. Ma sempre dentro i valori guida. «Che dovranno anche per il futuro essere il modello mutualistico e la solidarietà - ha detto Andrea Leonardi, docente all'università di Trento - ma con l'abito della cooperazione e dell'autonomia». Ecco perché il convegno che ha fatto da cornice ai 70 anni si è dato questo tema: «Il ruolo della cooperazione tra urbanesimo e coesione sociale, un modello possibile per l'Alto Adige». Perché è la coesione che va costruita e in molti casi ricostruita nei luoghi del lavoro interconnesso, delle esigenze che cambiano e delle famiglie che hanno ormai mutato la loro struttura. È nel dicembre del 1948 che nasce infatti sul nostro territorio una nuova centrale cooperativa impegnata nell'affiancamento delle realtà cooperative in tanti settori, dalla casa ai servizi, al sociale. «E noi, qui a Bolzano, siamo la costola che si è sviluppata dal grande corpo trentino, cercando sempre la via della specificità territoriale, dei bisogni particolari , non riproducibili in generale» commenta Grata. Che ha visto la sua organizzazione radicarsi soprattutto nella realtà altoatesina di lingua italiana, a Bolzano, Merano, a Laives, nella Bassa atesina, provando a costruire connessioni e solidarietà in una comunità che non poteva contare sulla lunga tradizione di solidarismo e di radicamento territoriale tipica invece del mondo sudtirolese.

Ecco, dunque anche il senso di uno strappo, come assunzione di responsabilità sul campo. (p.ca.)

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