BOLZANO. Il foulard insanguinato, usato per imbavagliare Antonio Giatti. E il cappotto color cammello del professore, con quella macchia di sangue sulla spalla. Reperti inanimati, custoditi chissà dove. E che ora potrebbero essere riesaminati, per cercare - 43 anni dopo - di ritrovare il bandolo della matassa sul delitto altoatesino più misterioso al dopoguerra.

Trenta gennaio 1969. Francesca Montebugnoli, 22 anni, segretaria del notaio Giancarlo Giatti, viene brutalmente assassinata nello studio di via Duca d’Aosta dove lavora. A scoprire il cadavere è il professor Antonio Giatti, fratello dei notaio, che dà una mano per la contabilità. Entra nello studio e si trova di fronte a due individui armati che lo minacciano e lo chiudono a chiave nel bagno, prima di fuggire.

Questo, perlomeno, il suo racconto. Molte cose non quadrano: per questo, gli investigatori sulle prime sospettano proprio di lui, del professore di matematica. Ma non c’è movente, i tempi sarebbero molto stretti e inscenare un alibi così complicato sarebbe stato veramente difficile. E allora, è caccia ai due brutali rapinatori. Sono sparite solo 160 mila lire. Roba da balordi: così spuntano fuori Rudi Rainer e Stefan Plattner, autori un mese e mezzo prima della brutale aggressione a una barista. Rainer confessa, poi ritratta. Processo indiziario, in cui il castello d’accuse cade pressoché per intero. Assoluzione piena, e si riparte da zero.

Ovvero, dalla pista delle cambiali: quella secondo cui i due rapinatori (pregiudicati venuti da fuori) volevano mettere le mani su 16 milioni di lire in cambiali - una bella cifra, siamo nel 1969 - che avrebbero salvato dal fallimento il cognato del notaio, in gravi difficoltà economiche. Pista complessa, molto suggestiva, che gli inquirenti seguono senza trovare riscontri, e così ci si ferma di nuovo. E qui siamo rimasti.

Stasera alle 21, RTTR manda in onda uno speciale curato da Miriam Barbera. In studio, Marica Terraneo cuce i fili della complicatissima vicenda. A partire dallo spiraglio legato al Dna che potrebbe essere ricavato dai vecchi reperti. Istituita ancora nel 2009 presso la direzione centrale anticrimine, l’Unità delitti insoluti coordina e promuove tutte le indagini sui “cold case”, i vecchi casi irrisolti.

L’Unità ha contattato anche la polizia scientifica di Bolzano, come spiega a Rttr l’ispettore capo Alessandro Villa: “L’interesse c’è, è arrivata la richiesta di acquisire tutta la documentazione fotografica sul delitto. Probabilmente, all'epoca c'erano elementi che adesso sarebbero stati molti utili per il proseguo indagini, reperti merceologici o formazioni pilifere per eventuale comparazione del dna”. Quanto all’eventuale riesumazione della salma, Villa ritiene che a distanza di così tanti anni non avrebbe senso.

Pietro Montebugnoli, fratello di Francesca, resta convinto che Rainer e Plattner non c’entrassero nulla: “Me l’hanno detto al processo, non siamo stati noi. E io ci credo, con il mio sesto senso. L'unica cosa che potrebbe risolvere questo caso è il pentimento di qualcuno che sa, e qualcuno sa”.

Il notaio Giatti convive ormai da più di quarant’anni con i fantasmi del delitto e i sospetti addensatisi sulla sua famiglia: “Mio cognato non c'entra un fico secco in tutta questa faccenda, mio fratello ancora meno. E quella delle cambiali è una falsa pista”.

Giatti dice di sperare che le moderne tecnologie investigative possano consentire una riapertura del caso, ma resta convinto che Rainer e Plattner fossero colpevoli: “Credo si dovrebbero ripercorrere le strade seguite a suo tempo. Secondo gli inquirenti dell'epoca, quei due erano colpevoli. C’era anche la testimonianza di una donna, verbalizzata dai carabinieri durante il processo d’appello, che portava in quella direzione, ma il procuratore Ugo Giudicea ritenne che la cosa non dovesse avesse seguito”.

Sulle cambiali, Giancarlo Giatti sostiene che non si trovassero nel suo studio il giorno della rapina (e che quindi non siano state l’oggetto del furto, anche se non vennero mai più ritrovate) e precisa: “E’ un’ipotesi senza senso, vuole che questa gente non sappia che le cambiali girano tra le banche... E poi erano su Napoli”.

Chissà se quei reperti esistono ancora, da qualche parte. E se possano essere analizzati.

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