BOLZANO. «Per l’ultimo saluto ad Alex voglio la chiesa dei Domenicani: il nuovo parquet, sotto l’altare, l’ha posato lui. Un bel lavoro di cui andava orgoglioso. E poi conosco don Mario». Rudi Masera - travolto dalla tragedia che gli ha portato via il figlio e consapevole del fatto che il peggio arriverà nei prossimi giorni - mostra fiero gli scatti custoditi nel telefonino che documentano il lavoro certosino, fatto nella chiesa di San Domenico, assieme ad Alex, 22 anni, il suo ragazzo che adesso non c’è più. È morto, mercoledì mattina, nel furgoncino che a ponte Loreto ha sfondato il parapetto ed è finito nelle acque dell’Isarco.

Il lavoro col padre

«Mi sembra ancora tutto assurdo; tutto incredibile. Dei miei tre figli - Mattia, 27 anni, e Luca, 14 - Alex era quello che pur con un carattere diverso, era più simile a me. Tanto che aveva seguito le mie orme. Condividevamo la passione per l’hockey e il lavoro di pavimentisti. Si era diplomato al “Galilei” e adesso assieme portavamo avanti l’attività avviata, tanti anni fa, da mio padre, partito da un garage».

Alex - che si stava riprendendo dal dolore per la perdita, un paio di mesi fa, della mamma malata da tempo - viveva assieme ai fratelli ed al padre in via Comini, all’interno del complesso artigianale dove c’è anche la sede della ditta. Ed è lì che si sono visti, per l’ultima volta, mercoledì mattina.

«Ero in ufficio preso da pratiche da sbrigare e chiamate al cellulare; Alex stava caricando il materiale sul furgoncino. Dovevamo andare, in corso Libertà, a fare dei lavori alla nuova libreria Cappelli. Ma lui è partito prima di me, perché - questo però l’ho capito dopo - voleva andare a sistemare gli ultimi dettagli in casa di un cliente».

Il cellulare spento

Erano da poco passate le otto, quando Masera comincia a chiamare Alex al cellulare, ma il telefono è spento. «E già lì - ricorda con gli occhi lucidi - ho iniziato a preoccuparmi. In genere rispondeva al secondo squillo e se non lo faceva, mi richiamava subito».

Per scacciare i cattivi pensieri, passa al bar dove spesso e volentieri la mattina prendevano assieme il primo caffé della giornata. Ma Alex non c’è. Nuova telefonata, il telefono è sempre muto. A quel punto decide di andare in corso Libertà, sperando di trovarlo lì. Niente, nessuno l’ha visto e quel maledetto telefono, che in genere è acceso 24 ore su 24, risulta sempre spento.

Poi arriva la prima telefonata dei vigili urbani e la preoccupazione diventa ansia: «Una pattuglia era davanti alla sede della mia ditta e mi chiedeva informazioni sul nostro furgoncino bianco. Mi sono detto: vuoi vedere che Alex ha combinato qualche marachella e non mi ha detto niente. Magari fosse stato così».

Tempo pochi minuti e arriva un’altra telefonata; questa volta è una mazzata: «Erano ancora i vigili che mi dicevano che mio figlio aveva avuto un incidente».

In un attimo attraversa la città ed è in viale Trento.

«Arrivando ho visto in lontananza i mezzi dei pompieri su ponte Loreto; poi l’ambulanza e le macchine dei vigili urbani. Il furgoncino bianco di Alex non c’era. Mi avevano detto che aveva avuto un incidente, però sulla strada non c’era traccia di niente».

Solo quando si è avvicinato al ponte, tutto è diventato drammaticamente chiaro: i sommozzatori stavano tirando su con la gru dalle acque dell’Isarco il furgoncino. E per Alex non c’era più nulla da fare. «L’ho visto: non aveva neppure un graffio».

Le cause

«L’autopsia e forse anche le immagini delle telecamere di due autobus che passavano sul ponte in quel momento - dice il padre - potranno spiegare le cause di quello che è successo. Potrebbe essere stata una distrazione; forse un malore o un colpo di sonno; potrebbe essere stato abbagliato dal sole. Perché in quel momento viale Trento, da dove è arrivato, era in ombra, mentre il ponte era illuminato dai primi raggi. La velocità? No, lo escluderei. Non era uno che correva».

Adesso che Alex non c’è più, a questo padre poco importa di conoscere le cause dell’incidente: «Purtroppo, nessuno me lo potrà restituire».

Rudi Masera sa cosa vuole dire perdere un figlio; l’ha vissuto nel 2012 suo padre, quando un tumore si è portato via l’altro figlio che insegnava all’università di Firenze.

«Mi sembra di rivivere lo stesso dramma e so che sarà dura riprendersi. Anche perché io e Alex vivevamo e lavoravamo assieme. Il mestiere di pavimentista gli cominciava a dare delle belle soddisfazioni e io pensavo che, un giorno, sarebbe stato lui a portare avanti l’attività. Visto che Mattia, il fratello maggiore, dopo aver provato a lavorare con me, aveva preferito il posto a Lana, in una cooperativa di frutta».

Le tre “A” tatuate

Al dolore della famiglia, si aggiunge quello dei tanti amici con cui Alex condivideva la passione per l’hochey.

«Da quando aveva la ragazza - racconta Andrea Menini - ci vedevamo un po’ meno, ma ci legava una forte amicizia. Ci siamo visti, l’ultima volta, un paio di settimane fa. La promessa era di incontrarsi quanto prima perché voleva tornare a giocare a hockey a livello amatoriale». La passione che aveva ereditato dal padre e lo aveva portato a giocare nella squadra under 19 del Caldaro; ma aveva militato anche nella squadra dell’hockey in- line del Cus Verona .

«Ci eravamo conosciuti durante un allenamento di hockey ed è stato subito feeling. C’è stato un lungo periodo in cui io, lui e il nostro amico Alessandro eravamo inseparabili. Abbiamo fatto anche una vacanza assieme. Tanto che per sancire quest’amicizia ci siamo fatti tatuare le tre “AAA”. Loro sul braccio, io sul collo. Quando ho avuto bisogno, Alex c’era. E, se avevo qualche problema, si prendeva il tempo di stare ad ascoltarmi anche per ore. Una persona preziosa di cui sentirò la mancanza».

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