BOLZANO. Sedici anni sono tanti. O pochi, se mai fossero capaci di portare dove uno c'è stato bene, allora, nel 2010. «Non male aver preso 2144 preferenze. E tutte a Bolzano». E aggiunge: «Sono stato il più votato. Non che adesso mi importi ma sì, sono stato anche quello lì».

Quel Klaus Ladinser "lì" è stato vicesindaco. In una stagione, quella di Luigi Spagnolli, che sancì un patto mai così solido tra centrosinistra e Svp. Ma Ladinser è un "rompiscatole" (parole sue) e non è stato mai facile scendere a compromessi con questo bolzanino doc il quale, appunto perché doc, guardava allora e vede oggi nella componente del suo partito ora maggioritaria - il Bauernbund - «qualcosa che ha poco a che fare con lo sviluppo di una città. In campagna bene, ma qui...».

Ancora parole sue. Ladinser, al contrario, aveva alle spalle l'ala economica, costruita a Bolzano sull'asse dei Portici e del suo commercio. Lontana dai vigneti ai margini del Comune che hanno invece a poco a poco conquistato terreno politico.

Per capire chi sia Ladinser basta ascoltarlo quando spiega perché la città è ancora in attesa di uno straccio di circonvallazione: «È impressionante come la Provincia sia riuscita in tutti questi decenni a non fare nulla per il capoluogo. Non una strada, non una rotonda, un qualche barlume di tangenziale». Fa una pausa e continua: «Quando invece anche il più piccolo borgo di valle ha adesso una circonvallazione che gli porta via tutto il traffico».

Lo dice mentre va su e giù da Monaco e prima da Innsbruck dove oggi si occupa di immobiliare e di elettrico. Ma torna appena può nella zona del Dorf, dove ha casa.

Dice proprio che l'atteggiamento della Provincia su Bolzano è stato impressionante?

Sì, nella costanza con cui ha evitato qualsiasi intervento di attenuazione del disagio del capoluogo. Il quale ha le stesse strade di 30 anni fa.

La Svp, già con Durnwalder, diceva che era colpa del Comune, perché non si metteva d'accordo.

Io ci sono stato in Comune. E so che non è che mancava l'accordo su questo o quel progetto, è che la Provincia proprio non ci pensava a fare un progetto per Bolzano.

Come mai?

È un dato storico. Prima gli altri Comuni, tutti, e poi il capoluogo.

Era il solo a dirlo allora?

Non il solo ma evidentemente minoritario.

Si diceva che la Svp cittadina fosse, in quegli anni, diversa da quella provinciale. Giusto?

Probabilmente sì. I bolzanini di lingua tedesca hanno elaborato negli anni una visione molto pragmatica della situazione del capoluogo. Sanno, soprattutto l'economia sa e sapeva, che le infrastrutture servono per lo sviluppo, di tutti. Invece i no non servono.

Lei è stato quello che si è inventato i Portici coperti. Inteso anche via Portici. Come mai?

Ci provavo.

A fare cosa?

A inventare possibili opzioni per cambiare un po' le cose. Immaginavo i Portici come se fossero un centro commerciale naturale. Che quindi mettesse a proprio agio i visitatori anche con neve e pioggia. Ammetto che era avveniristico.

Forse troppo?

Forse.

È perché guardava a questo che non era d'accordo con il progetto del Waltherpark?

Non solo. Ma la questione è che volevo che si approfondisse il tema. Mi pareva, allora, troppo calato a scatola chiusa. Ma era una mia idea.

Condivisa dai commercianti del centro?

Anche.

Che idea si è fatta di sé in rapporto a quello che vede oggi nella politica?

Che ero un laico.

Sarebbe?

Un pragmatico. Non ho mai guardato né all'ideologia né alla questione etnica. Avevo e ho una visione di Bolzano tutta d'insieme. Se c'è un problema affrontiamolo, non si sta tanto a vedere se la soluzione o il disagio arriva dagli italiani o dai tedeschi.

Per questo ha preso il record di preferenze?

Probabile. Anche se Elmar Pichler Rolle, cinque anni prima di quelle elezioni, ne aveva prese seimila.

Cosa accomuna lei e Pichler Rolle?

Che siamo bolzanini doc. Prima viene la città, dove vivono i bolzanini, non tanto gli italiani e i tedeschi.

È nato in città?

E certo.

Scuole?

Quelle classiche di chi abita in certe zone. Prima le Goethe e poi Franziskaner. Dopo, lo scientifico.

Nella Svp ci entra presto?

Abbastanza. Dalla porta della Junge Generation. Come tanti allora. Ero amico di Christian Waldner. Avevo 20 anni.

E Bolzano?

L'ho presa da StadtObmann, sempre interessato alle sue dinamiche. Che potevo fare altrimenti?

E il Comune?

Mi ci sono avvicinato con Salghetti, poi è venuta fuori l'idea del patto con il centrosinistra dopo la parentesi di Benussi che aveva scalzato Giovanni. Ho fatto campagna con Gigi Spagnolli. È andata bene.

Perché ha lasciato?

Ho sempre detto chiaro quello che volevo. Forse troppo.

Quindi?

Possibile che mi sia fatto più nemici che amici in quegli anni. Soprattutto nella Svp, che già cominciava a cambiare i suoi equilibri interni.

E lei allora?

Non mi andava più di discutere, di cercare compromessi al ribasso. Non che avessi sempre ragione ma mi sentivo indipendente da certe logiche. Forse ho sbagliato io.

Allora via.

Il lavoro c'era, e ci sono andato altrove. Non è che uno deve fare il politico a vita, anche se in tanti non aspettano altro.

Spazio per la famiglia?

Come no. Due figli, Max e Alexa. Vivono a Vienna adesso. Stanno bene.

Adesso è più conciliante?

Fuori dalla politica si hanno meno nemici. Oddio non è che non fossi conciliante anche allora ma uno non è che per trovare un accordo deve proprio rinunciare a tutte le sue idee...