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BOLZANO. Diciotto giorni in Tanzania, a spogliarsi di tutto. Prima i giochi e i palloncini, lasciati ai bimbi del doposcuola, poi le magliette, anche di marca, in regalo a chi chiedeva solo un ricordo che testimoniasse quell'amicizia nata in fretta, anche senza capirsi a parole. Con il passare dei giorni sono sparite le ansie e le preoccupazioni, mentre gli occhi si riempivano di tramonti africani, in quelle giornate scandite dal ritmo del villaggio. Viaggiare non significa per forza vedere più cose possibili nel poco tempo a disposizione. Lo sanno bene le ragazze e i ragazzi adolescenti partiti da Bolzano per fare quello in cui se la cavano bene: fare divertire i bambini. Sempre animatori del Grest, solo dall'altra parte del mondo. Ad accompagnarli c'era Don Gigi Carfagnini, che da anni porta l'Alto Adige in Tanzania, e viceversa.
I ragazzi
«Eravamo tutti stanchi dal viaggio - raccontano i ragazzi - Ci hanno accolti con la messa, con i canti, i balli, la festa. Un entusiasmo davvero inaspettato». Si sono adattati abbastanza velocemente. «All'inizio qualche shock: il bagno da dividere in dieci, il pensiero delle zanzare, l'acqua da gestire. Non la classica "vacanza", ma ci siamo trovati a vivere un'altra vita rispetto a quella a cui eravamo abituati». A ripercorrere l'esperienza sono Beatrice Marchesan, Leon Franzoso, Alessandro Cavalli, Pietro Torresi, Natalie Cavallini, Mattia Marotta, Isabel Crivellaro, Chiara Bertuzzo, Nicolò Fidanza e Irene Ferrauti.
La cosa più difficile? «Ripartire». «Un fiume di lacrime», sorride don Gigi, mentre ripensa ai saluti dei ragazzi, all'inizio impacciati, alla fine commossi da un viaggio che ha cambiato loro la vita. «Ancora ci sentiamo con qualche ragazzo di lì. Ci siamo scambiati i numeri e ci telefoniamo su whatsapp». Come funzionavano le giornate?«La mattina i bambini andavano a scuola, mentre noi aiutavamo gli adulti del villaggio, oppure andavamo in giro a visitare. Il pomeriggio i piccoli uscivano da scuola e ci venivano a cercare per giocare». «Il famoso proverbio "per educare un bambino ci vuole un villaggio", da noi non si applica più - riflette don Gigi - Invece è proprio quello che dovremmo imparare dalla Tanzania, dove tutti si prendono cura di tutti». «I bimbi più piccoli venivano portati in fasce, sulla schiena, dai fratelli maggiori - prosegue il racconto - Questo ci ha colpito tanto, perché nessuno era un peso. Tranne alla messa non abbiamo quasi mai visto i genitori».
La giornata, dopo le ore di gioco, si concludeva sempre nello stesso modo: «Salivamo tutti insieme su questa collina sopra il villaggio a guardare il tramonto. Quando diventava buio tornavamo a casa». E con la lingua come facevate?«Ce la cavavamo con i gesti e alcune parole imparate in swahili. Qualche ragazzo sapeva poche parole in inglese, però in generale la comunicazione era quasi impossibile. Eravamo così contenti di stare insieme, che non si creavano momenti vuoti da riempire con chissà che discorsi. Semplicemente giocavamo, ci godevamo i momenti». Cosa avete imparato? «Vivere con meno ansia. Adesso che siamo tornati al Grest si sente la differenza. Per tenere occupati i bambini qui bisogna sempre inventarsi qualcosa, la soglia di attenzione si è ridotta per noi, con i social, i troppi stimoli da cui siamo bombardati. In Tanzania questo non c'è, e lo spazio del gioco è fatto di semplicità, anche di noia. Cerchiamo di ricordarlo». Ma.An.


