Noi, tutti, nessuno escluso, non saremmo come siamo senza Magnago. E’ stato un uomo di ferro, come il suo secolo. E un guerriero per il suo popolo. Ma spendendo tutta la sua vita per il Sudtirolo tedesco ha costruito anche l’Alto Adige italiano. Non è stata solo una conseguenza: è stato un disegno. Molti dei suoi ritenevano l’autonomia un compromesso, l’unico possibile una volta compresa l’irraggiungibilità dell’autodeterminazione. Magnago no, per lui l’autonomia ha sempre avuto la forza di un’intuizione. E’ stato un guerriero e un pacificatore. Ha mostrato la spada dell’identità tedesca a 35 mila sudtirolesi asserragliati a Castel Firmiano nel 1957 gridando «Los von Trient» ma ha poi preteso che i suoi accettassero il patto con gli italiani nel corso del più drammatico congresso nella storia dell’Svp, nel 1969. Stretto tra queste due date c’è tutto Magnago: capace di usare la stessa forza ferrigna per chiamare alle armi o per chiedere la pace. Ma senza le une non ci sarebbe stata la seconda. Perchè nel passaggio tra il primo Statuto rifiutato (che schiacciava i sudtirolesi dentro la maggioranza trentino-altoatesina della Regione) e il secondo accettato (le due Province sovrane) c’è stato il terrorismo.
Il sangue degli Alpini caduti in difesa dei confini, i processi ai dinamitardi ma anche le opacità dei servizi segreti italiani: il rischio che nel cuore dell’Europa della guerra fredda si installasse la devastazione della guerra calda. Anche da questa non ne saremmo usciti senza Magnago. Che ha avuto l’abilità di tenere a distanza di sicurezza i gruppi della guerriglia ma anche la lucidità asburgica di usarli per il suo disegno diplomatico. Poteva così blandire i valligiani inquieti ma anche mostrare agli interlocutori italiani e governativi la sua capacità di frenarli e, se nel caso, di ricondurli alla ragione.
Magnago è stato un’uomo di una durezza senza pari, anche per quei tempi. E la usava per un solo obiettivo: il bene e la libertà dei sudtirolesi. Aveva compreso, con vent’anni d’anticipo su tutti i suoi contemporanei, che il bene del Sudtirolo era l’autonomia, non un’impossibile indipendenza. Ma il suo realismo non lo induceva al compromesso; al contrario, aizzava la sua tigna. Ogni virgola del costruendo Statuto passava al suo vaglio, ogni possibile interpretazione restrittiva usciva dalla sua penna nella versione più estesa. Resta famosa una sua parabola: «Se scoprissi che dare un elicottero ad ogni sudtirolese garantirebbe la nostra autonomia, ebbene io chiederei un elicottero per ogni sudtiolese». Questo era Magnago. Un uomo del secolo scorso ma che sapeva guardare in questo. Forse l’autodeterminazione sarebbe stata la sua prima scelta ma aveva chiare le conseguenze che ne sarebbero derivate. Così, una volta imboccata la seconda, l’ha perseguita con feroce determinazione.
Magnago ha voluto lo Statuto perchè solo con la pacificazione la sua gente avrebbe ottenuto l’autonomia e, con essa, si sarebbe garantita un futuro di benessere. La convivenza con gli altoatesini ne è stato il corollario, non il «focus» ideologico ma la sua lealtà con gli interlocutori italiani era proverbiale.
Durnwalder ieri ha ricordato che «Magnago era il Sudtirolo ed è stato il padre dell’autonomia». E’ vero. Ma è altrettanto vero che, da solo, Magnago non avrebbe potuto condurre in porto il suo disegno. Magnago ha trovato gente della sua risma a Roma e a Bolzano. Lo Stato italiano, i suoi governi, soprattutto la classe dirigente della vecchia Dc, da Moro a Berloffa, si sono assunti in pieno il peso di una scelta di democrazia. Senza di loro Magnago avrebbe predicato nel deserto. Senza partner affidabili nell’altro gruppo etnico l’Svp sarebbe entrata in un vicolo cieco. La vecchia Dc accettò, a Roma, di passare attraverso drammatici dibattiti parlamentari e, a Bolzano, di perdere migliaia di voti a favore della destra per aver creduto nel Pacchetto e nella scelta autonomistica. Il bilinguismo e la proporzionale (i cardini dello Statuto) sono costati lacrime e sangue ai partiti italiani che li avrebbero dovuti far transitare tra i loro elettori. E ne stanno ancora pagando le conseguenze. Dunque, a onor del vero, se l’Alto Adige di oggi ha avuto un padre vero ne ha avuti anche di putativi. Magnago era circondato da una politica, italiana e tedesca, di grande livello se paragonata a quella di oggi. Mossa da passione e ideali non da sete di poltrone. Che viveva con rigore e sobrietà il proprio mandato.
Che eredità ci lascia questo grand’uomo? La durezza della verità ad esempio. Sì sì, no no: come i latini. Si sentiva austriaco, aveva combattuto con la Wehrmacht lasciandoci una gamba in Russia. Tuttavia, come suo padre funzionario asburgico, avrebbe mostrato fedeltà allo Stato, anche italiano. E aveva scelto la strada della politica dentro il quadro costituzionale.
Ma Magnago offre una lezione soprattutto alla sua Svp di oggi. Quella di Durnwalder, Brugger e Ebner e poi quella dei giovani leoni Steger e Ladinser, offrendo motivi di riflessione pure agli eredi di chi gli disse no al congresso del 1969, la destra della Klotz.
Come la Stella Alpina del dopoguerra stava incamminandosi su una via già segnata, quella del richiamo identitario ed è stata scossa dall’intuizione innovatrice di Magnago, così quella che attende ora il dopo-Durwalder sembra tutta piegata nella gestione dell’esistente, dentro una visione più amministrativa che politica del proprio ruolo. Ebbene Magnago oggi le chiederebbe un salto di qualità, le imporrebbe la fatica di proporre alla sua gente e anche agli italiani, una visione. Una cornice strategica in cui giustificare il proprio esercizio del potere. Questo farebbe Magnago oggi: un nuovo congresso di Merano.
Una svolta, l’assunzione di una ennesima responsabilità storica questa volta per rilanciare uno Statuto dove fossero finalmente abbandonati i retaggi del Novecento. Magnago ha costruito l’autonomia delle gabbie etniche per preservare l’identità dei sudtirolesi: un nuovo Magnago, oggi, vedrebbe all’orizzonte la possibilità di una società più libera, in cui tutti potessero concorrere al bene comune, valorizzando merito e risorse.
Un nuovo Magnago capirebbe che il futuro dell’Alto Adige-Südtirol, il suo benessere, sarebbe garantito solo da un nuovo patto di convivenza oltre le barriere etniche.
Il sangue degli Alpini caduti in difesa dei confini, i processi ai dinamitardi ma anche le opacità dei servizi segreti italiani: il rischio che nel cuore dell’Europa della guerra fredda si installasse la devastazione della guerra calda. Anche da questa non ne saremmo usciti senza Magnago. Che ha avuto l’abilità di tenere a distanza di sicurezza i gruppi della guerriglia ma anche la lucidità asburgica di usarli per il suo disegno diplomatico. Poteva così blandire i valligiani inquieti ma anche mostrare agli interlocutori italiani e governativi la sua capacità di frenarli e, se nel caso, di ricondurli alla ragione.
Magnago è stato un’uomo di una durezza senza pari, anche per quei tempi. E la usava per un solo obiettivo: il bene e la libertà dei sudtirolesi. Aveva compreso, con vent’anni d’anticipo su tutti i suoi contemporanei, che il bene del Sudtirolo era l’autonomia, non un’impossibile indipendenza. Ma il suo realismo non lo induceva al compromesso; al contrario, aizzava la sua tigna. Ogni virgola del costruendo Statuto passava al suo vaglio, ogni possibile interpretazione restrittiva usciva dalla sua penna nella versione più estesa. Resta famosa una sua parabola: «Se scoprissi che dare un elicottero ad ogni sudtirolese garantirebbe la nostra autonomia, ebbene io chiederei un elicottero per ogni sudtiolese». Questo era Magnago. Un uomo del secolo scorso ma che sapeva guardare in questo. Forse l’autodeterminazione sarebbe stata la sua prima scelta ma aveva chiare le conseguenze che ne sarebbero derivate. Così, una volta imboccata la seconda, l’ha perseguita con feroce determinazione.
Magnago ha voluto lo Statuto perchè solo con la pacificazione la sua gente avrebbe ottenuto l’autonomia e, con essa, si sarebbe garantita un futuro di benessere. La convivenza con gli altoatesini ne è stato il corollario, non il «focus» ideologico ma la sua lealtà con gli interlocutori italiani era proverbiale.
Durnwalder ieri ha ricordato che «Magnago era il Sudtirolo ed è stato il padre dell’autonomia». E’ vero. Ma è altrettanto vero che, da solo, Magnago non avrebbe potuto condurre in porto il suo disegno. Magnago ha trovato gente della sua risma a Roma e a Bolzano. Lo Stato italiano, i suoi governi, soprattutto la classe dirigente della vecchia Dc, da Moro a Berloffa, si sono assunti in pieno il peso di una scelta di democrazia. Senza di loro Magnago avrebbe predicato nel deserto. Senza partner affidabili nell’altro gruppo etnico l’Svp sarebbe entrata in un vicolo cieco. La vecchia Dc accettò, a Roma, di passare attraverso drammatici dibattiti parlamentari e, a Bolzano, di perdere migliaia di voti a favore della destra per aver creduto nel Pacchetto e nella scelta autonomistica. Il bilinguismo e la proporzionale (i cardini dello Statuto) sono costati lacrime e sangue ai partiti italiani che li avrebbero dovuti far transitare tra i loro elettori. E ne stanno ancora pagando le conseguenze. Dunque, a onor del vero, se l’Alto Adige di oggi ha avuto un padre vero ne ha avuti anche di putativi. Magnago era circondato da una politica, italiana e tedesca, di grande livello se paragonata a quella di oggi. Mossa da passione e ideali non da sete di poltrone. Che viveva con rigore e sobrietà il proprio mandato.
Che eredità ci lascia questo grand’uomo? La durezza della verità ad esempio. Sì sì, no no: come i latini. Si sentiva austriaco, aveva combattuto con la Wehrmacht lasciandoci una gamba in Russia. Tuttavia, come suo padre funzionario asburgico, avrebbe mostrato fedeltà allo Stato, anche italiano. E aveva scelto la strada della politica dentro il quadro costituzionale.
Ma Magnago offre una lezione soprattutto alla sua Svp di oggi. Quella di Durnwalder, Brugger e Ebner e poi quella dei giovani leoni Steger e Ladinser, offrendo motivi di riflessione pure agli eredi di chi gli disse no al congresso del 1969, la destra della Klotz.
Come la Stella Alpina del dopoguerra stava incamminandosi su una via già segnata, quella del richiamo identitario ed è stata scossa dall’intuizione innovatrice di Magnago, così quella che attende ora il dopo-Durwalder sembra tutta piegata nella gestione dell’esistente, dentro una visione più amministrativa che politica del proprio ruolo. Ebbene Magnago oggi le chiederebbe un salto di qualità, le imporrebbe la fatica di proporre alla sua gente e anche agli italiani, una visione. Una cornice strategica in cui giustificare il proprio esercizio del potere. Questo farebbe Magnago oggi: un nuovo congresso di Merano.
Una svolta, l’assunzione di una ennesima responsabilità storica questa volta per rilanciare uno Statuto dove fossero finalmente abbandonati i retaggi del Novecento. Magnago ha costruito l’autonomia delle gabbie etniche per preservare l’identità dei sudtirolesi: un nuovo Magnago, oggi, vedrebbe all’orizzonte la possibilità di una società più libera, in cui tutti potessero concorrere al bene comune, valorizzando merito e risorse.
Un nuovo Magnago capirebbe che il futuro dell’Alto Adige-Südtirol, il suo benessere, sarebbe garantito solo da un nuovo patto di convivenza oltre le barriere etniche.
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