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BOLZANO. «Vado nelle scuole nella speranza che la mia testimonianza serva da antidoto contro i fanatismi. In questi giorni ho incontrato una ventina di classi nelle scuole di Bolzano, Merano e Appiano. Ogni volta per me è un’emozione forte, perché i ragazzi ascoltano con grande interesse: forse, alla fine, qualcosa rimane». Il professor Cesare Moisé Finzi, 84 anni, ebreo originario di Ferrara, allievo di Giorgio Bassani, dopo aver lavorato una vita come cardiologo e aver creato a Faenza la prima unità coronarica della Romagna, negli ultimi anni si è posto come obiettivo quello di parlare ai ragazzi, di raccontare la storia di un bambino che a 8 anni scopre improvvisamente di essere “diverso” in quanto ebreo e quindi escluso, assieme agli insegnanti, dalle scuole. Ieri il professor Finzi, assieme alla moglie Vera Levi, pure lei ebrea originaria di Bari, era in Municipio per partecipare alla presentazione dell’iniziativa "Pietre d'inciampo" con cui anche a Bolzano si vogliono ricordare le famiglie ebree che hanno vissuto nel capoluogo (25 persone) e sono state vittime di persecuzione, deportazione e sterminio. La cerimonia per la posa delle "Pietre d'inciampo", ideate dall'artista tedesco Gunter Demnig, si terrà oggi alle ore 9 in via Rosmini numero 44 (all'altezza di ponte Talvera). Il significato dell’iniziativa - davanti alle 15 abitazioni dove hanno vissuto le famiglie ebree verrà posto un cubetto con il nome delle persone uccise dalla follia nazista - è stato illustrato dal sindaco Luigi Spagnolli assieme all’assessore Patrizia Trincanato, dal presidente dell’Anpi Orfeo Donatino, da Hannes Obermair, direttore dell'Archivio storico cittadino, e Sabine Mayr, ricercatrice che sta collaborando con la Comunità ebraica di Merano per la messa a punto di una banca dati sugli oltre 4 mila ebrei che nel corso dei decenni sono passati per l’Alto Adige.
Professore, perché per lei era importante essere a Bolzano?
«Perché c’è una storia familiare che mi lega a questa città».
I suoi parenti abitavano qui?
«Sì. Mio zio Renzo Carpi aveva sposato la sorella di mia madre Lucia Rimini e dopo alcuni anni vissuti ad Innsbruck la famiglia si era trasferita a Bolzano. Abitavano al civico 16 di via Cassa di Risparmio e avevano tre figli Alberto, Germana e Olimpia. In qualche modo io e la mia famiglia dobbiamo la nostra salvezza al loro dramma».
Cos’era successo?
«Mio zio Renzo e Alberto, che aveva 17 anni, tra l’8 e il 9 settembre del ’43 vennero presi e portati in carcere. La zia Lucia e le due figlie sarebbero potute scappare e salvarsi ma la zia, visto che aveva la possibilità di portare ai suoi cari alcuni generi di conforto, decise di rimanere assieme a Germana, di 16 anni, e Olimpia, di 3 anni e mezzo. Nella notte tra il 15 e il 16 settembre però vennero catturate, caricate su un camion e deportate. La stessa sorte toccò a mio zio e mio cugino. Finirono nel campo di concentramento di Reichenhau».
Nessuno di loro è più tornato.
«No. A distanza di 50 anni, quando sono stati aperti gli archivi, abbiamo saputo solo che mia cugina Olimpia, che il 24 marzo del 1944 avrebbe compiuto quattro anni, il 4 marzo di quell’anno è morta nelle camere a gas di Auschwitz (ad Olimpia Carpi il Comune ha intitolato un parco giochi in via Visitazione, ndr) ».
In che modo la vostra salvezza è legata alla tragica fine della famiglia Carpi?
«Perché mio zio Giuseppe, che abitava a Mantova ed erafratello di mia mamma e di zia Lucia, quando seppe cos’era successo ai suoi parenti, capì che bisognava scappare, perché ciò che era accaduto a Bolzano sarebbe potuto accadere anche a noi. Mio zio partì, con la moglie e i quattro figli, venne da noi a Ferrara e convinse mio padre e mia madre a scappare. Il 19 settembre eravamo tutti in fuga. Il giorno dopo erano venuti a cercarci, ma eravamo già lontani» .
Dove vi eravate rifugiati?
«Abbiamo girato tra la Romagna e le Marche. Ci siamo salvati anche grazie ai documenti falsi che ci avevano fornito: io mi chiamavo Cesare Franzi».
Perché ha deciso di diventare medico?
«Forse per una sorta di gratitudine nei confronti del medico inglese che, in un ospedale da campo, salvò mio fratello Manlio che a 9 anni era stato colpito ad un piede da una bomba».
Mai pensato di andare a vivere in Israele?
«Io e mia moglie no. Mia figlia Sara ha fatto l’università a Gerusalemme e vive lì. Se un giorno ho deciso di mettere nero su bianco la storia della mia famiglia è stato per mia nipote Michaela, che è nata nel 1992 e abita in Israele. Noi viviamo sempre col timore che possa succedere qualcosa: loro invece sono tranquille. Per fortuna grazie a Skype ci sentiamo tutte le sere».
Cosa ha pensato dopo la strage a Charlie Hebdo?
«Dopo tocca a noi, agli ebrei. E purtroppo così è stato».
Lei è tra coloro che ritengono che l’Islam sia sinonimo di violenza?
«No. Sono fondamentalismo e fanatismo, che non riguardano però solo il mondo islamico, sinonimi di violenza e orrore. Ne ho capito il significato quando, a 8 anni, ho scoperto che in quanto ebreo non avrei più potuto andare a scuola né giocare con gli altri bambini».


