BOLZANO. Si è talmente abituati a celebrare il Natale che sembra impossibile inserirlo in un contesto dove non esistono alberi né regali, auguri né famiglia, fiocchi e cenoni. In guerra il 25 dicembre era un giorno come un altro, dove prima di tutto ci si difendeva da qualcosa e poi, semmai, si pensava a celebrare. Certo, magari ci scappava quel biscotto in più ma era meglio se passava in fretta perché il pensiero, era più facile corresse alla famiglia lontana.

A raccontarcelo è Silvio Pantano, cavaliere bersagliere classe 1922 cresciuto a Merano: decano assoluto della sezione provinciale dell'Associazione Nazionale Bersaglieri intitolata proprio a suo papà: il trevigiano Alvise Pantano. «Ho passato dei Natali sia nelle fila dell'esercito italiano sia, dopo l’8 settembre, in quello tedesco. Sono sincero: non era una giornata particolarmente intensa, anzi. Si tendeva a dimenticarla. Di certo c'era una certa differenza tra i due eserciti. In quello italiano quasi non ci accorgevamo della festività, ma in quello tedesco si allestivano dei pranzi speciali. Poi, però, tutto finiva presto. Sinceramente non auguro a nessuno di passare queste Feste con addosso la paura di non sopravvivere come mi è successo da una parte e dall’altra». Per capire la storia di Silvio Pantano, 93 anni portati con una lucidità pari al brillare dei suoi occhi azzurri, bisogna fare un salto indietro nella storia e arrivare a sentire lo sciabordio delle onde del porto di Bari.

La partenza per la guerra

«A 18 anni mi sono arruolato nella divisione fanteria dei bersaglieri di Firenze. Viaggiavamo verso la Puglia con diversi soldati che trovavano decine di espedienti per disertare o ritardare l'arrivo. Sapevamo che si partiva per la guerra verso la Grecia, l'Albania o il Montenegro. Io ero un volontario e avevo intenzione di partire. Quando sono arrivato a Bari ero senza documenti così ho fornito il nome di un militare che sapevo essere disertore. Per qualche settimana sono stato Carlo Rossi, poi mi sono riappropriato della mia identità. A febbraio del 1941 ero sul fronte greco, in Macedonia, a combattere contro i partigiani. Ero caporalmaggiore radiomontatore: mi occupavo delle comunicazioni. Eravamo giovani che giravano un Paese difficile. L’unica consolazione era quando acquistavamo degli animali e li facevamo macellare per cucinarli. Arruolarsi in una divisione toscana, in questo senso, garantisce degli arrosti di livello anche in condizioni non proprio agevoli». C’era, però, lo spettro della malaria. «Dovevamo prendere 7 pastiglie di chinino al giorno. Una profilassi pesantissima». Era guerra. Non mancavano i rastrellamenti. «Ricordo che i tedeschi li facevano con due pistole: noi avevamo bisogno di un intero battaglione. C’è sempre stata una certa differenza d’organizzazione».

Il ferimento

«Siamo stati stupidi». Pantano scrive una sentenza prima di raccontare del giorno in cui rimase ferito. «Siamo passati con un camion militare in mezzo a una zona controllata dai partigiani. Lo abbiamo fatto con leggerezza e ci siamo trovati in mezzo agli spari. Mi è esplosa una pallottola vicino e le schegge, grandi, si sono conficcate nella spalla destra e sulla parte sinistra del petto. Sono stato soccorso all’ospedale di Tirana».

L’armistizio

L’8 settembre 1943 è la data che ha cambiato la vita di chiunque abbia guardato in faccia quella guerra. «Tutti erano contenti nella convinzione che fosse finita. Nel frattempo i tedeschi hanno preso il corpo d’armata, danneggiato i magazzini e ci hanno fatto prigionieri. Nel giro di qualche settimana ero nel campo di concentramento di Wiesendorf con solo quattro possibilità per sopravvivere: arruolarsi con le SS, rimanere prigionierio per chissà quanto, andare con i repubblichini senza sapere se Mussolini fosse vivo. Io sono partito volontario con le SchutzStaffeln».

Il periodo da “tedesco”

Fino alla fine della guerra Pantano resta nelle fila tedesche. «Mi spedirono a Berlino a seguire delle opere di manutenzione e creare alcuni disegni per la facoltà di fisica dell’ateneo. Nel 1945, però, mi mandarono Folgaria con un plico di documenti dicendomi di passare per Merano. Si trattava di fogli dove si diceva che ero un disertore da aiutare. La guerra stava finendo e in Italia correvo dei rischi. Non a caso sono stato catturato dagli americani sul Garda e ho passato altre giornate da prigioniero. Presto, però, la guerrà finì».

Quel ricordo

C’è un aneddoto, nella vita di Silvio, che ha la polvere natalizia addosso. «Eravamo bambini. Io e mio fratello (Guglielmo Pantano, tenente trucidato dai tedeschi a Cefalonia) litigavamo per chi aveva la fortuna di indossare il cappello da bersagliere di mio papà durante la camminata che da Maia Alta porta a Scena. Quella volta, oltre al cappello, ci contendavamo anche un monopattino. Fu una lite particolarmente accesa tanto che mio padre prese il monopattino e lo spezzò in due metà. Ce le consegnò, ma da sole non servivano a nulla. Capimmo la necessità di stare uniti».

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