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BOLZANO. Enzo Nicolodi, presidente della Fondazione Langer, accusa: «Pd e Verdi sono come chiese separate, questa politica non sa più emozionare». Elio Dellantonio sabato alle primarie delle idee del Pd ha incalzato il partito sulla questione etica: «Cosa facciamo con il voto sull’eleggibilità di Berlusconi?». Dopo l’intervista con Nicolodi, abbiamo ascoltato Dellantonio, primario del Sert. Prosegue il giro di orizzonte sul centrosinistra in vista delle elezioni provinciali. Tra mal di pancia e voglia di crederci ancora. Dellantonio esordisce con una domanda: «Perché avete pensato di sentire me?». Perché il suo è stato l’unico intervento critico sulla crisi del Pd. «Di Nicolodi mi ha colpito l’insistenza sul concetto di emozione. Condivido, il punto è questo», sottolinea.
Partiamo da qui allora.
«Parlare di emozioni nella politica significa coinvolgere. Il problema è che oggi il coinvolgimento emotivo non è più orientato a valori condivisi e ad aspetti ideologici come un tempo. La crisi della politica è una crisi di valori. In cosa si differenziano i partiti oggi? Sparite le contrapposizioni ideologiche, si perde il rapporto con i propri fondamenti. La solidarietà, l’integrazione degli stranieri, l’uguaglianza, non sono più valori spendibili, perché nella crisi le persone si chiudono nella propria sopravvivenza e ascoltano chi mette sul piatto le piccole patrie, l’etnia, l’appartenenza».
E questa è la politica che emoziona.
«Fa leva su elementi identitari di persone minacciate».
Veniamo alla sinistra, al Pd.
«Sono partiti che stentano a trovare un equilibrio tra i valori e le variabili che fanno irruzione con la crisi».
All’assemblea del Pd lei ha parlato del fallimento di una intera classe dirigente.
«Il Pd locale negli ultimi anni si è mosso bene, coinvolgendo la base, garantendo la democrazia interna. Non ci sono padroni del partito. Anche a livello locale però il Pd non può non fare i conti con la classe dirigente nazionale. Abbiamo visto ieri (lunedì) che a queste elezioni amministrative il Pd ha tenuto. Ma è accaduto, si dice, a dispetto dei vertici nazionali. Se ciò è vero, allora si deve iniziare ad affrontare il discorso su come questi si sono mossi e, insisto, fuori dai tatticismi ci si deve dire come affronteranno il voto sulla eleggibilità di Berlusconi. Significa anche fare autocritica sulla nostra storia degli ultimi 20 anni, sui compromessi siglati con Berlusconi. Anche l’elettorato più fidelizzato nel caso di un voto positivo per Berlusconi trarrà le proprie conclusioni».
I senatori Pd della giunta per le elezioni dovrebbero votare per l’ineleggibilità?
«L’importante è parlarne in modo trasparente. Se il Pdl minaccerà di fare cadere il governo, potrebbero astenersi o uscire dall’aula. Ci sono le ragioni dell’etica e quelle della responsabilità. Nel Pd nazionale comunque qualcosa è successo. Dietro il voto dei 101 contro Prodi si è giocato una guerra generazionale. I “traditori” di Prodi sono arrivati dalla vecchia guardia, ma oggi non sono loro al governo».
Cosa si aspetta dalle elezioni provinciali?
«Mi piace che gli assessori Tommasini e Bizzo, il sindaco Spagnolli e il Pd in generale voglia partecipare con più responsabilità a una fase che sarà difficile. Dopo ottobre, con l’uscita di Luis Durnwalder, andrà in crisi il modello Alto Adige, perché non puoi passare da una gestione accentratrice a una politica delle decisioni condivise, se non l’hai mai praticata. In più Durnwalder ha garantito, con il suo enorme potere, una coerenza politica su molti settori. Anche questa coerenza verrà meno, nella collegialità. Bene dunque che il Pd si ponga come interlocutore con uno scatto di orgoglio».
Come si augura che sia l’Alto Adige dei prossimi anni?
«Bene l’idea di conciliare italiani e sudtirolesi in un nuovo Statuto. Si può immaginare un superamento della proporzionale solo progessivo e che passi attraverso la scuola multilingue. Il gruppo italiano, con gli assessori provinciali, ha fatto molto per il plurilinguismo, muovendosi a lungo in solitaria rispetto al gruppo tedesco. Mi auguro infine novità su una peculiarità tutta altoatesina: la nostra amministrazione pubblica risente della macchinostica burocratica italiana. Con la differenza che nel resto d’Italia il guizzo creativo a volte supplisce, qui certa disorganizzazione viene portata avanti con rigore teutonico».
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