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Bolzano. Monsignor Muser ha visto le sardine? Che ne dice...
«Le rispondo con l'invito che il Papa ha fatto ai giovani, a Cracovia: ragazzi, non mettetevi sul divano e se ci state, alzatevi! È bene se in molti portano i loro valori nella società». Poi il vescovo aggiunge: «Certo ci sono tanti modi, non uno solo...». Ivo Muser è così, non sta alla finestra. E se ci sta è per fare molta attenzione a quello che succede. «Qui, dal mio ufficio vedo - dice a proposito - e non chiudo gli occhi. C'è chi spaccia, chi fa del male...». Parla di quello che accade nel parco Stazione e dintorni , il vescovo. «Ma, se pur le cose non vanno nascoste sotto il tappeto, la risposta non sta nel fomentare le paure, risiede nello spirito con cui si esaminano i fatti. Se lo spirito è quello dell'odio e del vantaggio politico non è quello giusto. Non aizziamo gli animi ma parliamo di diritti e doveri e di cose da fare insieme». La condivisione sta ben fissa nel cuore di Muser. È un'idea solida che lo accompagna ovunque. Sia quando parla di fede («Il presepio è condivisione non identità» dice rispondendo alle polemiche di questi giorni) sia quando pensa a noi, qui: «Le ferite della storia vanno raccontate ma senza dividere questa terra tra vittime e carnefici e si tratta si atti simbolici, questi non devono dividerci: se lo fanno, fermiamoci» aggiunge a proposito di anniversari e di doppi passaporti.
Monsignor Muser che Natale sarà questo?
Spero ci sia spazio per Gesù.
Non è sempre così?
L'altra sera pensavo al calendario. E a questo: i primi cristiani lo erano molto pur non festeggiando il Natale, che ancora non c'era; quelli di oggi festeggiano molto il Natale ma sono in pochi quelli che lo vivono da cristiani ...
Colpa della Chiesa?
Forse. Tutti sbagliamo, anche in buona fede. Ma dico che oggi guardiamo alla fede di sfuggita. Il Natale come tutto il resto non è una prassi, occorre che tutti torniamo a farci domande su Dio. A guardare alla vita e alla morte, non solo ai riti e alle tradizioni.
Pure la Chiesa?
La Chiesa non è una Ong (organizzazione non governativa). Dico: non basta che sia una Ong. Non ha il compito di fare politica nel quotidiano ma la fede in se è politica perché si occupa dell'uomo. Non è sufficiente la solidarietà sociale...
Ma in tanti quando ascoltano papa Francesco prendono solo quello che serve loro in quel momento...
È così. Non bisognerebbe usare le sue parole a tratti, spezzando le frasi, usandolo per piegarlo alla politica dell'oggi. La Chiesa parla dell'uomo ma perché al centro c'è un Dio che si è fatto uomo. C'è una dimensione orizzontale ma poi c'è una dimensione verticale.
Non ne basta una?
No.
Un assessore ha sollecitato: mettete il presepe nelle scuole.
Anche il Papa. E non solo nelle scuole.
Differenze?
Che la politica fa un lavoro, Francesco un altro. Mi spiego: il presepe è un simbolo religioso non culturale.
Che significa?
Che non c'entra con l'identità ma con la fede. Non va brandito come uno scudo o una spada. Io non metto il presepio perché sono contro chi non lo mette. Contro gli altri. Lo metto perché credo in Dio e penso che quel Dio si è fatto uomo in una stalla, dentro una famiglia emarginata e scacciata da tutti, in mezzo ai poveri, agli ultimi. Nella mangiatoia c'è un Dio che accoglie chiunque lo chieda.
È così anche per la croce?
Per ogni nostro simbolo. Sono immagini, icone di un Dio che è al servizio, non contro. Lo si accetta, lui non si impone. Esporre la nostra fede significa offrire rispetto e condivisione. In altro modo i simboli vengono svuotati di significato.
In politica vengono usati molto anche i simboli identitari. Che ne pensa del doppio passaporto?
Quello che ho sempre pensato.
E cioè?
Che conta lo spirito, non solo le parole. Se io lo chiedo per dividere tedeschi da italiani, ad esempio, sbaglio. E più in generale, se mi accorgo che una richiesta divide, mi fermo. Nella nostra società la condivisione conta più dei simboli.
È stato un anno di anniversari questo. Le opzioni, il trattato di Saint Germain...
Per una parte della nostra popolazione si tratta di date che ricordano ferite profonde. Non va negato. È giusto parlare di tutto questo. Raccontare i fatti e le ingiustizie. Ma quello che non va fatto è dividere la società in vittime e carnefici. Perché i ruoli si sono spesso invertiti. E dividere oggi nettamente le vicende in base a presunte responsabilità di gruppo, ricordando quelle date, è anche un errore storico. Perché non è vero. E perché oggi quello che conta è che le due comunità vivono qui in pace. Rispettare le storia sì, ma poi creare il dialogo e la condivisione. Non usare questi anniversari come nuovi simboli divisivi, strumenti per imporre un'idea o una visione del mondo".
Oggi ci dividiamo anche sulla politica migratoria...
È altrettanto sbagliato. Io vedo tutti i giorni quello che accade qui, sotto le mie finestre. So che si spaccia. E anche il resto. Ma non porta da nessuna parte indicare solo il nemico. Aizzare le paure del diverso. Facendo di tutta l'erba un fascio. Occorre un tavolo condiviso in cui tutti gli uomini di buono volontà ricordano che esistono regole e diritti. Chiedere regole, non odiare.
Ha sentito gli slogan delle sardine?
Certamente.
Abbassiamo i toni, basta odio, più educazione...
Non c'è solo una strada per "staccarsi dal divano" come dice il Papa. Ma ogni invito a allontanare la violenza, anche verbale, va nella direzione giusta. Ed è un bene che tanti giovani possano esprimere questi loro valori.
«Le rispondo con l'invito che il Papa ha fatto ai giovani, a Cracovia: ragazzi, non mettetevi sul divano e se ci state, alzatevi! È bene se in molti portano i loro valori nella società». Poi il vescovo aggiunge: «Certo ci sono tanti modi, non uno solo...». Ivo Muser è così, non sta alla finestra. E se ci sta è per fare molta attenzione a quello che succede. «Qui, dal mio ufficio vedo - dice a proposito - e non chiudo gli occhi. C'è chi spaccia, chi fa del male...». Parla di quello che accade nel parco Stazione e dintorni , il vescovo. «Ma, se pur le cose non vanno nascoste sotto il tappeto, la risposta non sta nel fomentare le paure, risiede nello spirito con cui si esaminano i fatti. Se lo spirito è quello dell'odio e del vantaggio politico non è quello giusto. Non aizziamo gli animi ma parliamo di diritti e doveri e di cose da fare insieme». La condivisione sta ben fissa nel cuore di Muser. È un'idea solida che lo accompagna ovunque. Sia quando parla di fede («Il presepio è condivisione non identità» dice rispondendo alle polemiche di questi giorni) sia quando pensa a noi, qui: «Le ferite della storia vanno raccontate ma senza dividere questa terra tra vittime e carnefici e si tratta si atti simbolici, questi non devono dividerci: se lo fanno, fermiamoci» aggiunge a proposito di anniversari e di doppi passaporti.
Monsignor Muser che Natale sarà questo?
Spero ci sia spazio per Gesù.
Non è sempre così?
L'altra sera pensavo al calendario. E a questo: i primi cristiani lo erano molto pur non festeggiando il Natale, che ancora non c'era; quelli di oggi festeggiano molto il Natale ma sono in pochi quelli che lo vivono da cristiani ...
Colpa della Chiesa?
Forse. Tutti sbagliamo, anche in buona fede. Ma dico che oggi guardiamo alla fede di sfuggita. Il Natale come tutto il resto non è una prassi, occorre che tutti torniamo a farci domande su Dio. A guardare alla vita e alla morte, non solo ai riti e alle tradizioni.
Pure la Chiesa?
La Chiesa non è una Ong (organizzazione non governativa). Dico: non basta che sia una Ong. Non ha il compito di fare politica nel quotidiano ma la fede in se è politica perché si occupa dell'uomo. Non è sufficiente la solidarietà sociale...
Ma in tanti quando ascoltano papa Francesco prendono solo quello che serve loro in quel momento...
È così. Non bisognerebbe usare le sue parole a tratti, spezzando le frasi, usandolo per piegarlo alla politica dell'oggi. La Chiesa parla dell'uomo ma perché al centro c'è un Dio che si è fatto uomo. C'è una dimensione orizzontale ma poi c'è una dimensione verticale.
Non ne basta una?
No.
Un assessore ha sollecitato: mettete il presepe nelle scuole.
Anche il Papa. E non solo nelle scuole.
Differenze?
Che la politica fa un lavoro, Francesco un altro. Mi spiego: il presepe è un simbolo religioso non culturale.
Che significa?
Che non c'entra con l'identità ma con la fede. Non va brandito come uno scudo o una spada. Io non metto il presepio perché sono contro chi non lo mette. Contro gli altri. Lo metto perché credo in Dio e penso che quel Dio si è fatto uomo in una stalla, dentro una famiglia emarginata e scacciata da tutti, in mezzo ai poveri, agli ultimi. Nella mangiatoia c'è un Dio che accoglie chiunque lo chieda.
È così anche per la croce?
Per ogni nostro simbolo. Sono immagini, icone di un Dio che è al servizio, non contro. Lo si accetta, lui non si impone. Esporre la nostra fede significa offrire rispetto e condivisione. In altro modo i simboli vengono svuotati di significato.
In politica vengono usati molto anche i simboli identitari. Che ne pensa del doppio passaporto?
Quello che ho sempre pensato.
E cioè?
Che conta lo spirito, non solo le parole. Se io lo chiedo per dividere tedeschi da italiani, ad esempio, sbaglio. E più in generale, se mi accorgo che una richiesta divide, mi fermo. Nella nostra società la condivisione conta più dei simboli.
È stato un anno di anniversari questo. Le opzioni, il trattato di Saint Germain...
Per una parte della nostra popolazione si tratta di date che ricordano ferite profonde. Non va negato. È giusto parlare di tutto questo. Raccontare i fatti e le ingiustizie. Ma quello che non va fatto è dividere la società in vittime e carnefici. Perché i ruoli si sono spesso invertiti. E dividere oggi nettamente le vicende in base a presunte responsabilità di gruppo, ricordando quelle date, è anche un errore storico. Perché non è vero. E perché oggi quello che conta è che le due comunità vivono qui in pace. Rispettare le storia sì, ma poi creare il dialogo e la condivisione. Non usare questi anniversari come nuovi simboli divisivi, strumenti per imporre un'idea o una visione del mondo".
Oggi ci dividiamo anche sulla politica migratoria...
È altrettanto sbagliato. Io vedo tutti i giorni quello che accade qui, sotto le mie finestre. So che si spaccia. E anche il resto. Ma non porta da nessuna parte indicare solo il nemico. Aizzare le paure del diverso. Facendo di tutta l'erba un fascio. Occorre un tavolo condiviso in cui tutti gli uomini di buono volontà ricordano che esistono regole e diritti. Chiedere regole, non odiare.
Ha sentito gli slogan delle sardine?
Certamente.
Abbassiamo i toni, basta odio, più educazione...
Non c'è solo una strada per "staccarsi dal divano" come dice il Papa. Ma ogni invito a allontanare la violenza, anche verbale, va nella direzione giusta. Ed è un bene che tanti giovani possano esprimere questi loro valori.


