BOLZANO. Potrebbe subire uno stop inatteso il procedimento penale a carico della funzionaria provinciale Katia Tenti e degli imprenditori edili Antonio ed Angelo Dalle Nogare sotto accusa in relazione alla vicenda dei cento alloggi Ipes per il ceto medio progettati sul terreno Mair Defranceschi, oltre via Resia. Un affare da 25 milioni di euro andato in fumo anche a seguito delle segnalazioni inviate in Procura e delle successive contestazioni e polemiche relative all’inchiesta. La Procura della Repubblica ha chiesto, come noto, il rinvio a giudizio di tutti e tre gli indagati seppur con posizioni processuali differenziate. Katia Tenti, direttore di dipartimento della Provincia autonoma di Bolzano, è accusata di rivelazione di segreti d’ufficio e turbativa d’asta in concorso con i due imprenditori i quali, autonomamente, devono anche rispondere di istigazione alla corruzione (in concorso tra loro). Anche se è caduta l’ipotesi d’accusa iniziale di abuso in atti d’ufficio, per Katia Tenti si tratta di ipotesi accusatorie molto pesanti, soprattutto in considerazione del legame di profonda amicizia che, al tempo dei fatti, legava la stessa dirigente provinciale ad Antonio Dalle Nogare. In particolare la Procura della Repubblica ritiene incontestabile un fatto che ritiene oggettivo in quanto dimostrato tecnicamente: il 20 agosto 2013 la stessa Tenti avrebbe scaricato dalla sua webmail il disciplinare di gara per l'appalto Ipes. Quindi - sempre secondo l'impostazione accusatoria della Procura della Repubblica - gli imprenditori Angelo ed Antonio Dalle Nogare avrebbero apportato delle modifiche proprio su indicazione della dirigente provinciale. Un intervento sottotraccia di Katia Tenti che - secondo l'accusa - sarebbe stato ideato per plasmare il bando di appalto (indetto il 2 ottobre del 2013 dall'Ipes) in maniera tale da favorire i due imprenditori inquisiti. Ieri pomeriggio nel corso dell’udienza davanti al Gup Emilio Schönsberg l’avvocato Carlo Bertacchi (difensore di Katia Tenti, non presente in aula) ha contestato in via preliminare una presunta violazione procedurale che incide sui diritti di difesa. In sostanza è emerso che i carabinieri dei Ros effettuarono accertamenti di carattere finanziario nei confronti della funzionaria provinciale ben dopo il deposito di avviso di conclusione indagine. Di conseguenza la difesa ritiene che la richiesta di rinvio a giudizio depositata successivamente dalla Procura debba essere considerata nulla per mancato deposito di un secondo avviso di conclusione indagine ad uso difensivo. Si tratta di una contestazione assolutamente non condivisa dal sostituto procuratore Giancarlo Bramante, titolare dell’indagine, secondo il quale correttamente la Procura decise semplicemente di notificare alla difesa il deposito di nuova documentazione, senza procedere con un nuovo avviso di conclusione indagine (con diritto della difesa di prendere posizione sui nuovi atti d’indagine). Si tratta di una questione estremamente tecnica che però rischia di provocare un inatteso stop all’iter processuale con possibile dilatazione dei tempi di giudizio. Ieri gli avvocati hanno sottolineato alcuni recenti pronunciamenti della Corte di Cassazione a favore della loro tesi. Il giudice ha invitato la Procura a prendere posizione con una memoria scritta e scioglierà la riserva nella prossima udienza fissata per l’11 gennaio.

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