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Si è conclusa con il tutto esaurito (e un grandissimo successo di pubblico e di critica), la prima edizione di “Spatium Pinot Bianco”, l’evento organizzato ad Appiano e dedicato a uno dei più eleganti e promettenti vini dell’Alto Adige.
Fiumi di Pinot bianco, in forma di succoso e profumato vino e di parole spese per raccontarlo e spiegarlo sono corsi in questi giorni. Esperti italiani e stranieri, soprattutto tedeschi hanno illustrato origini, percorsi e parentele di questo vino così particolare e prezioso. Intanto, sfatando un mito, si è potuto appurare che il Pinot bianco non deriva da una mutazione del Pinot Grigio, ma nasce direttamente da una variante del nobile fratello rosso: il Pino Nero. Della famiglia degli Spätburgunder, i vini tardivi adattatisi al clima temperato e quasi continentale della Francia dell’antica Allobrogia, questi vini sono diretti discendenti. Duemila anni di storia. Mille o quasi documentati. Nel caso del Pinot Bianco, oltre un secolo di storia. Da quando a metà del 19esimo secolo ne vennero definite le caratteristiche ampelografiche e distinte dallo Chardonnay con cui è stato a lungo confuso. Dai nostri contadini addirittura fino agli anni 60. Eppure questo particolare vitigno è capace di grandi evoluzioni sia in vigna che nella bottiglia.
Insomma, grande spiegamento di mezzi per questo campione altoatesino che viene coltivato su una superficie di oltre 500 ettari. Il perché è presto detto: dopo la moda del Gewürztraminer, i successi zoppicanti del Sauvignon Blanc, la vitivinicoltura altoatesina è in cerca di un nuovo campione da lanciare soprattutto sul mercato italiano.
Non per nulla il palcoscenico di questo evento è stato la cantina di San Michele. Anfitrione, il più famoso kellermeister altoatesino, Hans Terzer. «Un vino che ha una storia e sa raccontarla», ha spiegato semplicemente il mago dei bianchi altoatesini. E certamente può fare ben figurare la piccola provincia di Bolzano nel consesso internazionale. Dopo la Germania - dove la superficie coltivata è di circa 4.000 ettari (decuplicata in circa 40 anni) -, è l’Italia, e in particolare l’Alto Adige, ad imporsi sul mercato internazionale. Certo, l’immagine del Pinot Bianco è da ripulire visto che viene sovente confrontata con una delle regioni dove più massiccio è storicamente l’impiego di questo vitigno: l’Alsazia. Però le prospettive di profilarsi con un vino di immagine e di alta qualità sono importanti.
Lo ha dimostrato non solo l’alto livello delle degustazioni “Masterclass” che si sono svolte in questi giorni, ma anche la prova ai banchi di assaggio dove le cantine altoatesine hanno presentato oltre cento Pinot bianchi e hanno potuto confrontarsi con i corrispettivi celebri di altre aree viticole italiane e d’oltralpe.
Intanto, varie sorprese. Come sempre i vini bianchi di punta austriaci si presentano con abbondanti residui zuccherini. Anche il weissburguder – pinot bianco in tedesco – non fa eccezione. Profumi evoluti, minerali, sapidi. Frutti maturi quasi esotici ne caratterizzano il profilo degustativo. Vini di eccezionale capacità evolutiva. L’Alsazia associata a lungo con Pinot bianchi leggerini e facili ha di recente invertito questa tendenza specie nei vini di punta. Buoni caratteri evolutivi sono emersi dalla maggior parte degli assaggi. Delusioni quasi nessuna. La parte da leone la fa naturalmente la Germania, anche se il Pinot Bianco non è il suo vino di punta. Veniamo agli altoatesini. Il “Schulhauser” di Hans Terzer, ma anche la linea alta del St. Valentin, ha come quasi tutti i vini bianchi di San Michele Appiano l’impronta del suo creatore. Armonici, freschi, fruttati ma concentrati i profumi. Sapidità e bevibilità in bocca. Da verificare nell’invecchiamento ma certamente tra i vini più grandi della gamma. Grandi sorprese sempre dal territorio di Appiano ma da Cornaiano dove Gerhard Kofler, kellermeister della cantina di Girlan, con il suo Plattenriegl lascia tutti a bocca aperta. Emozionante e sorprendente il Pinot Bianco di Ignaz Niedrist. Ottimi i campioni di Nalles Magre, le nobili bottiglie di Terlano e Colterenzio. Una qualità alta e costante per quasi tutte le cantine altoatesine a dimostrazione che il Pinot Bianco offre materia per lavorare bene.


