BOLZANO. «Tra me e il K2 è stato subito feeling e quando sono arrivata in cima, dopo un’ascensione durata 14 ore e mezzo, mi sono sentita la persona più felice del mondo: sono rimasta lassù un’ora». Sono passati già dieci giorni dalla conquista della seconda cima più alta del mondo (8.611 metri), ma Tamara Lunger, 28 anni personal trainer di San Valentino in Campo (Cornedo), sprizza ancora gioia ed energia da tutti i pori. Lei che ama gli Ottomila e l’uncinetto, è tornata a casa dopo una spedizione durata 46 giorni: ieri ha passato tutta la giornata a Castel Firmiano, il Castello di Reinhold Messner, dove ha incontrato Simone Moro, famoso in particolare per tre prime in invernale su altrettanti Ottomila.

Com’è stato tornare alla vita normale?

«Ho già nostalgia: sono innamorata di quei posti. Ho scoperto che il mio corpo e la mia testa sono in perfetta sintonia con le alte quote».

Mai avuto problemi, per esempio sul Collo di bottiglia che è considerato uno dei passaggi più impegnativi, prima della vetta?

«Le difficoltà le ho avute nella salita dal secondo al terzo campo base, ovvero salendo da 6.600 a 7.300. Per me è stata molta dura, probabilmente perché in spalla avevo uno zaino di trenta chili. Per il resto non ho avuto difficoltà: il K2 è un mix di roccia, neve e ghiaccio. Ormai per la verità è sempre più roccia».

Lei e il suo compagno Klaus Gruber (41 anni della Val d’Ultimo) avete scelto di non usare né i portatori né l’ossigeno.

«Quando ho contattato Klaus, che non conoscevo fino a pochi mesi fa, gli ho detto subito che io volevo salire in cima senza ausili. Diversamente non sarei neppure partita».

Al campo 4, a 7.900 metri, in quanti alpinisti eravate?

«Una trentina di tutte le nazionalità».

E’ vero che oggi pagando anche chi non è un grande alpinista può salire sul K2?

«Finora era così per l’Everest. Da un paio d’anni purtroppo le spedizioni commerciali sono arrivate anche sul K2. Ho visto salire delle persone che non avrei mai pensato ce la potessero fare, ma con l’aiuto degli sherpa e l’ossigeno tutto è possibile».

Quello delle immondizie è un problema anche sul K2?

«Purtroppo sì. È un’immensa discarica. Noi comunque ci siamo portati giù anche le bustine del té».

Era l’unica donna?

«No. Eravamo in sei, un numero elevato, perché le donne che hanno scalato il K2 sono poche. Tre erano nepalesi, un’australiana e una cinese».

Tutte in cima?

«Tutte. Ma solo io senza ausili e sono orgogliosa».

Non aveva ausili, ma qualche portafortuna?

«La croce che ho al collo, un moschettone che mi ha regalato la moglie dell’alpinista Walter Nones e un laccio delle scarpe con cinque nodi: rappresentano la nostra famiglia e sono legati in maniera indissolubile. Regalo di mia madre: lo ho sempre al polso quando vado in spedizione».

Mai pensato di non farcela?

«Mai. Ero allenata: sia a livello fisico che mentale. E poi la morte di Nones, nel 2010, sul Cho Oyu mi ha fortificata. Ero lì quattro anni fa e ho collaborato al recupero della salma».

Come si trova una donna in un ambiente quasi esclusivamente maschile?

«Benissimo: faccio tutto quello che fa un uomo».

Che cosa le è mancato?

«Le sembrerà strano, ma non mi è mancato nulla. Né la doccia né il mio letto: anzi, ho scoperto che dormo meglio in tenda. L’unico problema è che se la notte esci a fare pipì, devi stare attenta a non precipitare. Per questo Klaus, gentilmente, aveva scavato una specie di scalino, per farmi capire che non potevo andare oltre. Qualcosa però, pensandoci mi è mancato».

Cosa?

«La pasta. Quella che mangiavamo era scotta. Per il resto lassù dove c’è solo l’essenziale, hai più tempo per te e si sta alla grande».

Le temperature?

«Intorno ai meno 15-16 gradi. L’unico posto caldo era la cucina, dove se vuoi puoi andare a leggere».

Adesso si prende un po’ di vacanza?

«No, oggi vado al rifugio Croce di Lazfons a dare una mano ai miei. Poi mi devo allenare per la Transalp che parte a fine agosto e faccio assieme ad Anne Marie Gross. Quindi vado a lavorare come cameriera per 15 giorni all’Oktoberfest: mi serve per finanziare i miei sogni».

Che sono?

«Forse una spedizione con Simone Moro in Himalaya l’anno prossimo: speriamo vada in porto».

Quanto è costata una spedizione come la sua?

«Tanto. Più di 10 mila euro».

Difficile trovare sponsor di questi tempi.

«Difficilissimo: io ho potuto contare su sponsor come North Face, Gore Tex e La sportiva».

Anche perché gli Ottomila sono ormai alla portata di molti.

«È così».

Lei però ha la fortuna di essere una donna: è la seconda alpinista italiana ad aver scalato questa cima.

«Questo gioca a mio favore. Ma non basta. Bisogna proporre un progetto che sia nuovo, esclusivo, accattivante».

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