Il Vintola, una “casa” che rischia di chiudere
La sartoria popolare, l’atelier del riuso, i gruppi di acquisto equo e solidale Un mondo che potrebbe sparire dopo il lavori di ristrutturazione del Centro. «Siamo una rete di donne che non chiede un euro e dona ogni ricavo in beneficenza. Chiediamo un posto»
BOLZANO. Centro Giovani Vintola 18, martedì, tardo pomeriggio. Facciamo due conti. C’è l’Atelier del riuso con dieci volontarie. La sartoria popolare con altre dieci signore, maestre di cucito, rattoppo e rammendo. C’è il “Knit corner”, dove si sferruzza tra gomitoli, uncinetti e rocchetti. Poi i Gas, i Gruppi di acquisto solidale, che qui stoccano le merci e le distribuiscono: un giro di diverse centinaia di persone. Tutto spontaneo, dal basso. Zero contributi pubblici. Volontariato puro. Una rete di donne trasversale (pensionate, insegnanti, casalinghe, libere professioniste, studentesse; italiane e straniere) che si è rafforzata anno dopo anno. E che ha trovato ospitalità in questa struttura che è uno dei pochi “porti aperti” del centro storico. Succede che il Centro Vintola - di proprietà del Sodalizio cattolico - entro fine anno chiuderà per essere in parte demolito e ricostruito. Un’operazione da nove milioni di euro che vede coinvolti Provincia e Comune. Il Comune acquisterà parte dello stabile per farne uffici, la Provincia coprirà i costi dei lavori. Il Centro giovanile resterà, ma molto ridimensionato. Il punto è che non si sa che fine faranno tutte queste realtà non istituzionali, che fino ad oggi potevano usufruire gratuitamente degli spazi. «Siamo in un limbo – spiegano Gianna Dessì e Cinzia Mataloni –. Siamo ospiti, è vero, ma il Centro è diventato un po’ la casa di tutte noi». Una casa accogliente, ricca di relazioni, molto frequentata, e che ora rischia di ritrovarsi per strada. Ed è un peccato, perché tra queste mura c’è un patrimonio della collettività, della città di Bolzano, che merita di essere protetto e preservato.
Gli abiti che tornano in circolo
Iniziamo il giro dal sottotetto. Atelier del riuso. Manichini da boutique, appendiabiti carichi di maglie, gonne, camicie, bluse, jeans, cappotti, pantaloni. Anche di alta manifattura. Cashmere, seta, borse in pelle lavorata. Capi firmati. Il vintage che va tanto. Un “seconda mano” di qualità che torna in pista a prezzi convenienti. «Funziona così - spiega Giuliana Bolego -: qui ridiamo vita ai vestiti che la gente non usa più. Ci vengono donati col passaparola da amici e conoscenti. Li ripuliamo, li rimettiamo a posto e poi li vendiamo nei mercatini che organizziamo qui o in occasione di manifestazioni sul territorio come Biolife». Abbigliamento ma anche accessori: tutto viene selezionato, lavato e catalogato. «Per noi è importante promuovere il concetto del riciclo - prosegue Bolego -. I vestiti usati sono preziosi. Dalla loro vendita si ricavano risorse per aiutare le persone in difficoltà. Metterli in circolo riduce gli sprechi e fa bene all’ambiente. Promuove uno stile di vita più sobrio. Ed è anche un atto creativo». Il ricavato delle vendite - diverse migliaia di euro ogni anno - va fino all’ultimo centesimo in progetti mirati: al Banco alimentare, a famiglie in difficoltà, ai senzatetto del Dormizil, all’acquisto di dispositivi medici e beni di prima necessità da consegnare in Ucraina, in Romania, ai migranti della rotta balcanica. «Tutte buone pratiche che cerchiamo di trasmettere ai bambini e ai giovani che frequentano questo posto. Siamo convinte che così si può, non dico cambiare il mondo, ma fare qualcosa per renderlo meno brutto».
Ago, filo e... sorellanza
Sempre nel sottotetto, tre stanze più in là, c’è la “Sartoria Vintola”. Macchine da cucire Singer, Pfaff e Necchi. Ce n’è anche una di quelle vecchie a pedale. Roba da collezionisti. Tutte arrivate in regalo. Scatole zeppe di aghi, fili, bottoni, cerniere. E ancora: forbici, forbicine, metri, gessi, spilli, ditali, carte da modello… Pile alte così di tessuti. «Sono campionari di tappezzeria, scampoli di stoffe. Tutto materiale…». Donato? «Sì, donato», sorride Cinzia Mataloni. L’idea è stata di Gianna Dessì e Lidia Bedin. Qui si ritrovano signore che sanno tagliare, rammendare, scucire e cucire. E che insegnano il mestiere a chi lo vuole imparare. Se qualcosa si rompe, ci pensa il marito di Lidia, Gino Angeli, che, quando c’è bisogno, «corre qui con le sue mani d’oro». La sartoria è “aperta”. Nel senso che chi vuole cucirsi un vestito da sé non deve far altro che bussare. «È molto frequentata anche da donne straniere - interviene Paola Dispoto -. Una signora curda era disperata perché avrebbe dovuto fare il colloquio in italiano per ottenere la cittadinanza, ma aveva poca dimestichezza con la lingua. Non usciva mai di casa. Be’, ha iniziato a venire trascinata dai figli che frequentano il centro. È una sarta bravissima, si è unita al gruppo. Si è sbloccata con l’italiano e ha superato brillantemente l’esame». Le sarte del Vintola collaborano con la parrocchia di San Domenico. Hanno iniziato con l’ex parroco don Mario Gretter: «A Natale prepariamo gli abiti per i Re Magi e cuciamo le confezioni in tessuto per i panettoni dell’associazione Nemo, che aiuta i piccoli pazienti oncologici. Confezioniamo anche i costumi per gli spettacoli teatrali del Centro giovani. E poi, federe, coperte, copriletto e copricuscini…». Si organizzano workshop e corsi di cucito creativo. Il ricavato, manco a dirlo, va sempre, «al cento per cento», in beneficenza. «Non si fanno lavori di sartoria per privati - spiega Dessì -. Ma se arriva qualcuno che, per risparmiare, chiede di rattoppare un cappotto o una gonna, certo non ci tiriamo indietro. Gli insegniamo come si fa». Questo è un punto molto importante. Il Vintola va oltre l’idea di centro giovanile o di oratorio 4.0. Vi fanno perno famiglie, mamme, anziani, ragazzi di seconda o terza generazione che altrimenti non avrebbero che la strada. «Si sono costruite relazioni intergenerazionali - dice Sabina Scola -. Qui dialogano ( gomito a gomito a fare l’uncinetto) bambine di 9 anni con signore che hanno superato i novanta. Adolescenti e mamme che si ritrovano per cucinare o seguire un corso di lingua». Tutte queste realtà collaborano poi con la parte più istituzionale del Centro, con gli operatori e gli educatori di professione. «È un rapporto di stima reciproca che si è consolidato negli anni». Gli attivisti dei GAS, un paio di anni fa, hanno rimbiancato alcune stanze e igienizzato tutti bagni. «Per gratitudine, ma anche perché sentono questo spazio un po’ loro».
Il lavoro a maglia terapeutico
Scendiamo al piano terra. È il giorno del “Knit corner”. Che significa: l’angolo del lavoro a maglia. Ci si ritrova a sferruzzare e conversare. Ogni “sessione” può durare ore. La sala è piena. Donne di ogni età e di lingue diverse. L’atmosfera è leggera. I ferri viaggiano a velocità supersonica. Le chiacchiere pure. Si ride e si scherza. Punto diritto, punto rovescio: sciarpe, maglioni, calze… «È terapeutico, rilassante - interviene Giulia Failli, che nella vita fa la direttrice della coop sociale Oasis -. Si allacciano amicizie vere, che durano nel tempo». In cortile, intanto, è arrivato un furgone dalla Calabria carico di arance, mandarini, avocado e torroncini. Sono i GAS, i Gruppi di acquisto solidale, che comprano direttamente da produttori che rispettano il lavoro, l’ambiente e il territorio, saltando l’intermediazione della grande distribuzione. «Comprare insieme a prezzi equi - sottolinea Dispoto - significa condividere responsabilità, valori e un diverso modo di intendere l’economia». I GAS in città sfiorano i duemila aderenti. L’ampio cortile del Vintola è fondamentale per la logistica, lo stoccaggio e la distribuzione. Il rischio, ora, è di finire in qualche anonimo piazzale a Bolzano sud.
L’appello: dateci un posto.
Insomma, c’è tutto un mondo (fatto di decine di volontarie e volontari, di centinaia di persone che ne condividono la filosofia e che usufruiscono dei servizi offerti) che, con l’arrivo del cantiere, rischia, se non di scomparire, di trovarsi in forte difficoltà. «Ci è stato detto che entro pochi mesi dovremo trasferirci altrove - prosegue Mataloni -. Ma non sappiamo dove. E, soprattutto, non sappiamo se, finiti i lavori, potremo tornare». Sia chiaro: nessuno contesta che siano necessari. La struttura è vecchia, in parte anche fatiscente. Quello che si chiede è chiarezza sul futuro. Le risposte fino adesso sono state evasive. «Siamo infinitamente grate al Sodalizio cattolico e al Centro per averci ospitate - continua Dessì –, ma non vogliamo che questa rete importante di relazioni e di servizi alla comunità, questa sorellanza, si polverizzi per la mancanza di una sede che ci riunisca tutte». Il timore è che, non essendo realtà “strutturate”, la loro sia una presenza “fantasma”, in qualche modo ignorata da chi sta nella stanza dei bottoni. Altro nodo: i costi. «Non dovendo sostenere spese per l’affitto, la luce e il resto, possiamo destinare tutto quello che raccogliamo a chi si occupa della parte più fragile della società. Se in futuro non sarà più possibile, saremo costrette a tagliare questo aiuto, che ha una valenza sociale importante. Non chiediamo contributi pubblici. Chiediamo solo un posto». Qualche assessore ha adombrato la possibilità di trovare una soluzione in altri quartieri. «Non avrebbe senso - obietta Mataloni -. Siamo legate al centro storico. Chi viene qui (penso alle mamme, alle volontarie, alle ragazze e ai ragazzi) abita in questa zona. Se ci spostiamo, muore tutto». Mentre in altri rioni, tra parrocchie e centri giovani, le strutture sono molte, in questa parte della città, per la comunità italiana o di recente immigrazione, il numero tende allo zero. Il messaggio è forte e chiaro. Tocca a Comune e Provincia rispondere. L’Ipes, qui vicino, ha locali vuoti da anni.