BOLZANO. Bolzano è una città sicura o è sotto assedio della criminalità? E i bolzanini come vivono? Si muovono sereni o hanno paura? Proprio di questo si è parlato ieri mattina, nella sala di rappresentanza del Comune, durante il convegno sul tema «Sicurezza reale e sicurezza percepita: l’importante ruolo del decreto sulla sicurezza urbana». Un momento di approfondimento da cui è emerso, al di là dei facili populismi, che percezione e realtà sono realtà parallele, ma molto lontane. Di altissimo livello i relatori che hanno animato l’appuntamento, promosso dal comitato locale di Bolzano dell’International Police Association presieduta da Karl Erlacher e moderato dal giornalista Luca Fregona, capo cronaca dell’Alto Adige: a fare gli onori di casa il sindaco Renzo Caramaschi e, con lui, il Commissario del governo, Vito Cusumano, il dirigente della Squadra mobile, Giuseppe Tricarico, il comandante del Reparto Operativo dei carabinieri, il tenente colonnello Enrico Pigozzo, l’assessore alla sicurezza del comune di Vicenza (nonché ex questore di Bolzano) Dario Rotondi, il penalista Federico Fava del consiglio dell’ordine degli avvocati e il professor Sergio Bonini, docente di diritto penale alla Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Trento.

A dire come stanno davvero le cose a Bolzano, ammettendo allo stesso tempo che molto ancora si può fare, è stato il primo cittadino. «In città, nei primi otto mesi di quest’anno i reati sono diminuiti del 20 per cento – ha spiegato Caramaschi – mentre sul territorio provinciale il calo si è attestato al 14 per cento. Nello stesso periodo le denunce sono state poco meno di 4000. Un numero ancora troppo alto perché i cittadini comincino a percepire una vera sicurezza. Gli studi dicono che dovremo arrivare attorno alle mille denunce e, per questo, c’è ancora da lavorare. Intanto le telecamere di sicurezza posizionate in città saliranno a breve a 102».

Ma al di là dei numeri, il primo cittadino bolzanino, parlando del decreto Minniti, ha sottolineato un aspetto tutt’altro che secondario. «Qualsiasi norma perde efficacia nel momento in cui non c’è certezza della pena – ha tuonato Caramaschi, poco avvezzo ai giri di parole – gran parte di tutti i provvedimenti che riguardano la sicurezza e la microcriminalità si traducono in pene di tipo sanzionatorio e amministrativo, delle multe cui non segue alcun pagamento. Anche dal punto di vista penale, essendoci una zona “libera” che non prevede il carcere per i reati fino a tre anni e, quindi, la microcriminalità continua a perpetuarsi perché manca la certezza della pena. Anzi, manca la pena e manca la certezza».

Un calo dei reati confermato anche da Cusumano che, invitando ad evitare il binomio criminalità-immigrazione, ha sottolineato le differenze rispetto alla situazione di dieci anni fa. «La sicurezza percepita dai cittadini è distante da questo trend – ha spiegato – e tra i motivi ci sono reati più allarmanti, soprattutto quelli di tipo predatorio e su quelli dovremo indirizzare le nostre azioni. Il decreto prevede un modello di compartecipazione che non è circoscritto all’ordine pubblico, ma comprende altre cose: sviluppo della cultura della legalità, collaborazione tra forze di polizia e polizia municipale, interventi per il recupero della marginalità sociale, azioni per il recupero di aree degradate». Il dottor Tricarico ha compiuto un’analisi strettamente tecnica sugli aspetti metropolitani del decreto, illustrando sanzioni e provvedimenti amministrativi come il Daspo urbano che, nell’articolo 9, è previsto per “chi viene trovato in stato di ubriachezza, compie atti contrari alla pubblica decenza, esercita il commercio abusivo, l’attività di parcheggiatore o guardiamacchine abusivo”. Si tratta di un provvedimento di competenza del sindaco che, oltre all’allontanamento, prevede anche sanzione pecuniaria da 100 a 300 euro.

Il colonnello Pigozzo, dal canto suo, ha sottolineato l’importanza del linguaggio, arrivando a citare un brano di “Alice nel paese delle meraviglie”. L’alto ufficiale ha invitato a un’analisi approfondita dei dati per evitare facili allarmismi. «Sotto la voce “estorsioni” – ha spiegato, facendo un esempio concreto – ci sono quelle fatte al negoziante perché paghi il pizzo, ma anche quelle compiute sul web da chi minaccia di pubblicare le foto hot della vittima di turno». Spiegando i concetti di sicurezza reale/percepita/partecipata e quello di libertà/sicurezza/democrazia, Pigozzo ha sottolineato come il grande lavoro e la grande professionalità messi in campo dall’Arma hanno bisogno di un elemento fondamentale: l’aiuto dei cittadini, chiamati a dare vita a un patto sociale con le forze dell’ordine, instaurando con loro un dialogo costante. «Denunce, segnalazioni, indicazioni sono fondamentali per la nostra attività» ha concluso il colonnello. La parola è poi passata all’avvocato Fava, che ha espresso grossi dubbi sulla costituzionalità del decreto Minniti, e al professor Bonini: entrambi hanno analizzato gli aspetti più tecnici del decreto, evidenziandone aspetti positivi e lacune. Rotondi, invece, ora nelle vesti di amministratore, l’ha definito una “mezza fetecchia”, evidenziandone la difficile applicabilità su molti fronti. Il comandante Ronchetti ha evidenziato come i compiti della polizia municipale siano cambiati negli anni e, facendo eco al sindaco, ha ribadito come senza sicurezza della pena non vi siano margini di miglioramento .

Tra il pubblico da segnalare il questore Giuseppe Racca e il giudice Carlo Busato, presidente della sezione penale del Tribunale di Bolzano

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