BOLZANO. Quanto tempo si può attendere per realizzare un sogno? Max Bazzoli, 35 anni, grafico bolzanino, costretto da sempre a muoversi con la sedia a rotelle, non ne ha mai fatto una questione di giorni, mesi o anni, ma di obiettivo.

Oggi - dopo dieci anni in cui ha superato prima le naturali resistenze dei genitori, poi una serie di difficoltà di tipo tecnico ma soprattutto burocratico - il suo sogno ha preso la forma del grintoso sidecar nero che custodisce in garage e mostra con orgoglio agli amici.

«La moto - racconta - è da sempre la mia passione. Ci andavo fin da piccolo con un amico di famiglia. Mi metteva sul serbatoio e via. Tenevo le manine sul manubrio e avevo l’illusione di essere io a guidare la due ruote da enduro, di colore bianco. Da grande, mi dicevo, ne voglio una tutta mia. Il guaio è che se sei inchiodato su una sedie a rotelle diventa tutto più complicato».

Max però è uno tosto: appassionato di nuoto e di basket in carrozzina, ha deciso che lui la moto l’avrebbe avuta e soprattutto, cosa più difficile, l’avrebbe guidata.

La moto leggendaria. Tutto è iniziato nel 2008 con la scelta della marca: una Harley Davidson, modello Night rod 1300 di cilindrata.

«La Harley per me è un mito: per la sua storia e perché gli harleysti si ritrovano in gruppo e organizzano raduni e viaggi assieme».

Questa è stata ovviamente la parte più semplice; quella più complicata è arrivata dopo quando si è trattato di trovare il modo, per salire e scendere non avendo la possibilità di utilizzare le gambe.

«Bisognava assolutamente - dice Max - trasformare la moto in un sidecar “speciale”, per avere stabilità e salire facilmente in sella. Il problema era trovare qualcuno che fosse disposto a lanciarsi in quest’avventura assieme a me, costruendo “qualcosa” che ottenesse anche l’omologazione per andare in strada, come una qualsiasi altra moto».

Era il 2008 quando cominciò a cercare, telefonando e spedendo mail in mezza Europa. La domanda era sempre la stessa: «Avrei bisogno di costruire un carrozzino da attaccare alla mia Harley, lei pensa di essere in grado di farlo?».

«Mi hanno sempre risposto, ma le risposte erano troppo generiche: mi dicevano che sarebbe costato molto e che comunque non erano in grado di garantirmi il risultato. Fino a quando sono arrivato a Pavia alla “Sidecar Italia”. Lì ho conosciuto Toni che ha deciso di accettare la sfida: era la prima volta anche per lui. E così ci siamo messi assieme: io gli ho spiegato quali erano le mie esigenze e gli ho buttato giù uno schizzo. Lui ha cominciato a studiare la soluzione dal punto di vista tecnico e a cercare i materiali: il mio sidecar non sarebbe stato realizzato, come avviene normalmente, in vetro resina, ma in ferro». Contemporaneamente Max a Bolzano ha studiato a fondo le norme, per fare in modo che quel gioiellino che a Pavia stava lentamente prendendo forma, fosse poi utilizzabile sulle strade normali e non semplicemente in pista.

Il sogno da bambino di Max si è realizzato l’estate scorsa, quando la carrozzina è stata saldata alla Harley, riprendendo anche i dettagli della Night rod. «Il lavoro fatto nella carrozzeria di Pavia è stato completato dai tecnici della Handycar di via Galilei che hanno riportato tutti i comandi sul manubrio».

Il viaggio. Adesso Max è perfettamente autonomo: con una leva, che aziona manualmente, abbassa il pianale del sidecar e con la carrozzina sale da dietro. Poi alza il pianale che blocca la carrozzina, quindi con un piccolo sforzo si sposta sul sellino e dà gas.

«Poter guidare la moto in perfetta autonomia mi dà un’enorme soddisfazione che è ancora più grande se penso a quanti anni ci sono voluti, per trasformare in realtà quello che all’inizio era solo uno schizzo. Il prossimo anno voglio andare a farmi un bel viaggio con qualche gruppo di harleysti».

Tanta gioia, nuovi progetti, un solo rammarico: «Non aver potuto fare un giro con Beppe Capovin, mio vicino di casa, ma soprattutto amico di famiglia che tante volte mi aveva portato con sé in moto e che, da grande esperto di motori qual era, mi ha dato una serie di consigli. Quando me l’hanno consegnata, è stato tra i primi a vederla: l’accordo era che saremmo andati assieme a provarla. Due settimane dopo non c’era più».